FUNE DI VINCOLO

SI PRECISA CHE QUANTO ESPOSTO NEGLI ARTICOLI NON RAPPRESENTA, E NON PUÒ RAPPRESENTARE, NÈ LE POSIZIONI DELLA SEZIONE DI ROMA NÈ TANTOMENO QUELLE DELL'ASSOCIAZIONE, MA COSTITUISCONO MERAMENTE OPINIONI RIFERIBILI AL SOLO AUTORE.

Verano 28.05.2017: discorso del Presidente Adriano Tocchi

Ancora una volta eccoci qui, riuniti per rinnovare il nostro tributo di affetto e di stima a questo manipolo di indomiti soldati. Il loro esempio di coraggio e fedeltà ci ha additato un cammino dal quale non abbiamo mai deviato pur nel lungo periodo che ci separa dal loro eroico sacrificio.

Molte sono state le ricorrenze di questa celebrazione alle quali la mia non più giovane età mi ha concesso di assistere. Degli anni più lontani ricordo la rievocazione appassionata da parte di alcuni di coloro che l’avevano vissuta in prima persona: momenti di grande intensità emotiva che purtroppo non si potranno ripetere.

Niente fa vibrare, infatti, le corde del nostro sentire come la voce di chi racconta una pagina di vita vissuta, costata lacrime e sangue. Poi, nel corso degli anni, altri oratori hanno continuato a rievocare fatti ed emozioni: il retroterra storico, il caos di una nazione allo sbando, l’ondeggiare dei molti, le angosce di una scelta che non poteva essere operata senza lacerazioni, il dubbio, la determinazione di pochi. Io stesso mi sono mantenuto su questo tracciato, da quando, come presidente della nostra Sezione, sono stato investito del compito di introdurre questa ricorrente esperienza di consonanza spirituale con le anime “belle” qui tumulate.

Ma allorché, nei mesi scorsi, ho iniziato a ricercare un filo conduttore per abbozzare le linee di ciò che avrei voluto dire qui oggi, fra le molte pagine sfogliate, mi è nuovamente capitata tra le mani quella “lettera alla madre” che , in passato, abbiamo già avuto modo di leggere assieme. Da qui si è fatta, in me, strada l’idea di non ricordare, oggi, soltanto eventi e protagonisti, ma anche indagare le verosimili motivazioni e le tensioni spirituali ed ideali che resero quegli attori protagonisti di così tragici eventi. Vale a dire non più solo il chi, il quando, il dove ma anche e soprattutto il perché? Perché questi ragazzi, proiettati verso un futuro che l’età giovanile faceva loro presagire denso di straordinarie illusioni, operarono una scelta tanto ardua e assolutamente priva di prospettive?

Non pare ragionevole liquidare tanto valore come atto di incoscienza giovanile, noncuranza del pericolo, considerazione della morte come esperienza altrui. Sarebbe sufficiente rileggere le parole di quel giovane per far ritenere motivazioni di questo ordine superficiali e, per di più, irriverenti. La loro fu, al contrario, una scelta di profondo significato morale, operata in assenza di costrizioni, senza punti di riferimento precostituiti, in regime di assoluta autonomia di giudizio, condizione senza la quale l’approvazione e la disapprovazione morale non trovano fondamento. Qualsiasi azione, per soddisfare i criteri del rigore etico, deve infatti scaturire da una scelta della volontà libera dell’attore attraverso la creazione di un “mondo ideale”, immaginario, contrapposto a quello attuale. Quel “mondo ideale“ diviene così riferimento normativo, guida trainante dell’impulso all’azione, manifestazione della determinazione ad incidere sul corso della storia anche sovvertendo il presente .

La verità, come nel caso dei nostri ragazzi, non è allora riflesso, semplice rappresentazione di una “realtà oggettiva” ma felice costruzione dal nulla e anticipazione di esperienze che valorizzano ed illuminano la vita dell’individuo e della collettività. E’ in questo modo che la storia del Reggimento Folgore si configura come “mito collettivo “, un mito sociale che ha motivato e finalizzato l’agire. Il mito fornisce “l’unità ideologica“ che anima ogni forza innovativa nel compiere la sua funzione storica destabilizzante e foggiare il futuro quale la volontà creativa ha prefigurato. Il mito ha la stessa funzione organizzativa del servizio militare: ambedue predispongono l’individuo ad un’opera collettiva, informano i modelli di azione dei singoli componenti, additano mete e definiscono quei doveri che conferiscono valore e significato morale alla vita. Per ciò stesso i miti sono il collante morale di un gruppo, di una comunità che intenda presentarsi come motore di rinnovamento.

Siffatte comunità sono costruite su un sistema di fedi ed ideali che ha tutte le caratteristiche emotive della religione poiché dogmatico, semplice e imperativo. Al mito si lega, dunque, il senso di solidarietà e di adesione alla comunità stessa, e la straordinaria dedizione di tutti gli adepti. Li persuade di essere destinati ad una impresa eccezionale e sublime e che sapranno compiere azioni uniche e meravigliose sino all’ auto-sacrificio. In una società ed in un’epoca storica caratterizzate da forti conflittualità, come quella in cui si svolsero i fatti ai quali ci riferiamo, agiscono una molteplicità di “forze antagoniste” che rappresentano ciascuna, elementi sociali animati da uno spirito di gruppo esclusivo, supportati da miti diversi e che, come tali, individuano nel gruppo estraneo l’ostacolo alla realizzazione dei propri obbiettivi.

Tali condizioni storiche favoriscono l’attivismo morale e tengono alta la tensione spirituale alimentata dal mito stesso. Il combattimento, facendo appello al senso dell’onore che si sviluppa in tutti gli eserciti organizzati, crea le condizioni ideali per la vita morale. L’azione eroica compiuta con sentimento di dedizione impersonale, rappresenta così la virtù più grande. Possiamo affermare con certezza che, organizzata intorno ad un loro mito funzionale, la vita dei ragazzi di Sala e Rizzatti abbia conosciuto in quel frangente uno stato di alta tensione, una condizione emotiva di grande coinvolgimento che potrebbero essere riassunte dalle parole di un altro valoroso combattente: “Breve o lunga che sia , la vita vale soltanto se noi non avremo da vergognarcene nel momento in cui occorrerà renderla”.

Questi paracadutisti sono stati gli eroi greci della nostra epoca decadente, soldati che hanno considerato la vita una lotta e non un piacere o una ricerca del piacere. Quel sacrificio ha rappresentato un atto coscientemente voluto da un gruppo di combattenti, inteso come momento di rigenerazione sociale. Il loro esempio può, ancora oggi, autorizzarci a credere che la moralità non sia condannata a perire ma che rinnovabili siano le forze dalle quali può trarre alimento. Credo fermamente che questa nostra comunità per i legami forti che la caratterizzano, per la coerenza degli ideali e la fedeltà agli stessi di cui ha dato prova negli anni, possa trovare in sé le energie spirituali per confermare e anche incentivare una moralità attiva. E, spronata dalla forza propulsiva di un mito condiviso, immaginare e dare corpo ad una realtà alternativa e ad un futuro migliore per questo mondo nel quale, altrimenti, ci sentiremmo sempre più stranieri.

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