FUNE DI VINCOLO

SI PRECISA CHE QUANTO ESPOSTO NEGLI ARTICOLI NON RAPPRESENTA, E NON PUÒ RAPPRESENTARE, NÈ LE POSIZIONI DELLA SEZIONE DI ROMA NÈ TANTOMENO QUELLE DELL'ASSOCIAZIONE, MA COSTITUISCONO MERAMENTE OPINIONI RIFERIBILI AL SOLO AUTORE.

Lobby euroatlantica ed elezioni europee

Mentre si fanno i conti con le elezioni olandesi, continua il riassetto politico dell’Europa.  Vincono i nazionalismi ma il mainstream racconta la verità più comoda, cercando di trovare il buono anche davanti all’evidente arretramento dei partiti tradizionali europeisti. L’impotente stato d’inquietudine dell’establishment trova preciso riscontro nell’agitazione delle magistrature che,

verificata la perdita di  adesione alla sfera politica, danno mandato alle procure di tentare di aggiustare nei tribunali gli esiti elettorali. 

La strumentalizzazione della giustizia è tanto spudorata quanto maldestra in Francia, dove la manovra per fiaccare François Fillon si sta trasformando in una mossa di inatteso rafforzamento di Marine Len Pen e  in Italia, dove l’inchiesta contro Renzi, finalizzata a scongiurare le elezioni anticipate, alimenta l’anti-sistema. È uno spettacolo poco edificante che rende, se possibile, ancora meno credibili le istituzioni democratiche  così come siamo abituati a conoscerle ma che non deve sorprendere più di tanto. Dopo la lunga e sanguinosa serie di attentati sospetti che hanno preceduto l’anno elettorale francese ed episodi indicativi come l’omicidio della deputata Cox a ridosso del referendum su Brexit, non deve sorprendere che la lobby  euro-atlantica sia entrata in fibrillazione in vista delle determinanti consultazioni previste per il 2017. Nonostante le dichiarazioni trionfanti dei partirti europeisti, l’affermazione parziale del Partito della Libertà di Geert Wilders rappresenta comunque una tessera del mosaico di disaffezione verso l’euro e le istituzioni di Bruxelles ad esso collegate.

Di fronte a questa “minaccia”, perse le garanzie di inciucio con la politica (è emblematica in questo senso la scomparsa dell’artificiosa dialettica tra fronti socialisti e fronti moderati, n.d.a.) e perso il dominio assoluto sull’opinione pubblica, all’oligarchia euro-atlantica non resta che intervenire  “ in gioco pericoloso “  azzoppando questo o quel candidato ricorrendo al già rodato strumento delle inchieste giudiziarie. La “giustizia ad orologeria” è grossolana e maldestra  almeno quanto i  ridicoli tentativi di celarne  l’evidenza (Lucia Annunziata  : “La nemesi del complotto”  - Huffington Post  - 4 marzo).   Così grossolana da produrre talvolta risultati paradossali e contrari a quelli programmati.  La scatenata attività mediatico-giudiziaria ha impresso ad esempio in Francia un nuovo slancio a Marine Le Pen, sempre più proiettata al ballottaggio per l’Eliseo proprio grazie ad interventi reiterati della magistratura.  Sino a qualche giorno fa si prefigurava uno scontro finale tra Marine Le Pen e il candidato dei repubblicani, François Fillon.

Quest’ultimo presentava però un neo per l’establishment: quello di essere filo russo e di avere battuto alle primarie l’europeista filo-atlantico Alain Juppé.  Da qui la decisione di azzoppare Fillon e di lanciare nell’agone un terzo candidato: Emmanuel Macron, ex banchiere di Rothschild e ministro sotto la presidenza di Hollande. Si mette quindi in moto la ben oliata macchina che partorisce sospetti e denunce. A gennaio il settimanale “Le Canard Enchainé” accusa la moglie di Fillon di aver usufruito per anni di un impiego immaginario al Parlamento Europeo e immediatamente la procura di Parigi apre un’inchiesta, avviando le perquisizioni negli uffici dell’Assemblea nazionale. Questo primo assalto è infruttuoso perché Fillon resiste; puntualissima, ai primi di marzo la magistratura torna alla carica, spostando le perquisizioni dal Parlamento alla sua abitazione privata. Fillon però non demorde ma contrattacca: denuncia di essere vittima di un “assassinio politico”, mobilita la propria base che invade il Trocadero il 5 marzo imboccando la strada del populismo, appellandosi direttamente al popolo contro la magistratura. Nel suo complesso l’operazione mediatico-giudiziaria non solo non approda ai risultati attesi ma si configura come un clamoroso autogol per il sistema. 

Pure se lo stesso Front National è oggetto delle inchieste della magistratura francese per un’analoga vicenda di rimborsi fittizi al Parlamento di Strasburgo,  è proprio Marine Le Pen la principale beneficiaria della azione della magistratura e dei media.  Anche se François Fillon dovesse salvare la sua candidatura all’Eliseo, arriverebbe comunque esausto alle elezioni  e peggio sarebbe se fosse costretto a gettare la spugna ed il partito repubblicano decidesse di ripiegare su un “piano B” a poche settimane dal voto. La strategia degli assalti giudiziari, che tanti appagamenti ha regalato negli ultimi 70 anni di “democrazia liberale” (Tangentopoli e l’eliminazione violenta della Prima Repubblica per intenderci, n.d.a.), rischia , oggi,  di costare assai cara all’oligarchia euro-atlantica ormai quasi del tutto incapace di leggere la realtà. Si tratta della stessa élite che aveva investito su Matteo Renzi e aveva concepito per lui un percorso di riforme costituzionali in chiave super-maggioritaria, poi conclusosi col disastroso referendum del 4 dicembre 2016 e la conseguente caduta del premier.

Si, proprio lui,  Matteo Renzi: esaltato  dai media, celebrato dalle cancelliere estere, enfiato da sondaggi artificiali simili a quelli che oggi proiettano Emmanuel Macron all’Eliseo, anche l’Uomo di Rignano sull’Arno  ha commesso l’errore di credersi indipendente da quello stesso sistema che lo ha creato e gli ha scandito l’agenda. La sua volontà di andare al voto immediato non è prevista e non piace all’establishment: la priorità è assicurare la stabilità del governo, scongiurare cioè a qualsiasi costo le elezioni anticipate per non turbare i delicatissimi appuntamenti elettorali in Francia e Germania.

Immediato è il balzo in avanti del differenziale tra Btp e Bund  e Massimo D’Alema profetizza: “Siamo seduti su una polveriera, se si vota ora lo spread va a 400 punti”.  Più chiaro di così! Come neutralizzare Renzi e le sue velleità elettorali se non ricorrendo come in Francia alla solita magistratura che ancora una volta “ad orologeria” riapre l’ l’inchiesta Consip ferma da mesi? Con straordinario tempismo il Gruppo Editoriale l’Espresso recita: “Inchiesta Consip, una domanda a Matteo Renzi: fu tutto a sua insaputa?”

Gli stessi poteri che crearono il mito del “premier rottamatore” a distanza di tre anni decidono di annientarlo con la cassa di risonanza dei  giornali di Carlo De Benedetti che ruotano sempre attorno allo stesso sole. La manovra mediatico-giudiziaria italiana si produce, come quella francese, in un clamoroso boomerang:  opacare l’immagine di Matteo Renzi, presentato sino ad un anno fa come “l’ultima salvezza d’Italia”, trascinare fino al 2018 l’inconsistente governo Gentiloni, lasciare marcire il Paese in un clima di abbandono, non farà che alimentare ulteriormente le spinte anti-sistema. Probabile che in fondo all’oligarchia euro-atlantica tutto questo interessi solo marginalmente.

Il vero appuntamento saranno comunque le presidenziali francesi. Di fronte alla minaccia di una vittoria di Marine Le Pen tutto il resto passa in secondo piano. Forse su tutto proprio le sorti di Matteo Renzi, del Governo Gentiloni  e soprattutto dell’Italia.

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