FUNE DI VINCOLO

SI PRECISA CHE QUANTO ESPOSTO NEGLI ARTICOLI NON RAPPRESENTA, E NON PUÒ RAPPRESENTARE, NÈ LE POSIZIONI DELLA SEZIONE DI ROMA NÈ TANTOMENO QUELLE DELL'ASSOCIAZIONE, MA COSTITUISCONO MERAMENTE OPINIONI RIFERIBILI AL SOLO AUTORE.

La nostra comunità

L’abituale ambito di riferimento, l’habitat responsabile, nel bene e nel male, dell’omeostasi, del “mileu  interieur“ dell’individuo, è la Società. Al suo assetto contingente, storicamente determinato, si imputa, però, oggi, pressoché invariabilmente la responsabilità di eventi di costume con caratteristiche di malaffare, pubblico e privato: madri che uccidono i figli, uomini che usano violenza alle donne perché non più accettati  quali compagni, madri che inducono e lucrano sulla prostituzione di figlie minorenni. In una parola di fatti che confliggono non solo e non tanto con i diversi codici fissati dagli uomini ma soprattutto con le leggi non scritte, saldamente impresse nei cuori e nelle menti dei nostri padri e da questi a noi trasmesse.

La “Società“ viene in questo modo indicata come un ente terzo, a noi quasi estraneo, ma in grado di interferire con i nostri equilibri, turbare la nostra vita quotidiana. Ci si chiama, in questo modo, fuori da fatti e misfatti e da responsabilità che occorrono nel consesso “civile” nel quale viviamo.

Così per quanto concerne gli eventi che ogni giorno confliggono con il nostro “io morale”, in maniera palesemente contradditoria, fingiamo di essere estranei a quel mare nel quale, invece, quotidianamente ci agitiamo, più o meno convulsamente, e che continuiamo a chiamare “Società”. Dunque la Società sembra configurarsi come una costruzione artificiale, costruita concettualmente dal di fuori, nella quale gli individui vivono passivamente la vicinanza di simili con i quali possono avere, ma più spesso non hanno, vincoli ideali. Artefatto basato sull’utopia di un’universale eguaglianza e di una conseguente comunanza di tutti gli individui, essa rappresenta in effetti, lo strumento predefinito, utile a fissare la “modalità obbligata“ con la quale il singolo viene a rapportarsi  con “l’uomo collettivo”. Un tipo di uomo funzionale ad un modello di vita predefinito, disciplinato da paradigmi politici, economici, sociali predeterminati e pertanto, tali da limitare il grado di libertà del singolo che teoricamente gode di piena libertà di condotta ma poi, nella progettazione del suo agire, è fortemente condizionato da vincoli, più o meno codificati, propri dell’habitus atavico dell’individuo societario e spesso lontani dall’io morale che è in noi. Il legame che regola la convivenza dunque, ma forse meglio sarebbe dire la connivenza, tra i componenti della “Società”, deriva da una scelta razionale che fissa le regole e i modi della partecipazione.

Diverso e in una certa misura contrapposto a quello di Società, è il concetto di Comunità, quando con tale termine semantico si intenda far riferimento ad una struttura organizzativa collettiva, i cui componenti abbiano caratteristiche comuni e sentano di avere destini comuni. L'appartenenza ad una comunità implica affinità forti, tali da individuare un'identità ben definita, radicata su presupposti e vincoli riconosciuti e proclamati di storia, ideali, tradizioni e costumi.  L'identità è formulata e affermata attraverso un processo consapevole che porta l'individuo a costruire, o meglio ricostruire, il proprio “io” in quanto  membro di un determinato gruppo. Mediante tale processo, il soggetto riconosce le figure rispetto alle quali si sente uguale e con le quali condivide aspetti ritenuti fondanti. Si produce in tal modo il senso di appartenenza a un'entità collettiva definita come "noi": ciascun individuo si pensa, si comporta, si situa e si relaziona con  se stesso, con gli altri del gruppo a cui afferisce, sulla base di questa costruzione di identità ed conseguente appartenenza,  così pure con i gruppi esterni intesi, percepiti e classificati come diversi.

Alla radice del concetto d’identità si colloca la dialettica aristotelica per quale  A=A e non è possibile che A sia diverso da A. Su questa si sono poi sviluppate teorie che contemplano la trasformazione e, dunque, un possibile ampliamento dell’accezione di Identità; in via generale si può dire che secondo queste teorie l’individuo, pur muovendo dall’assunto aristotelico, impronta la sua vita alla continua ricerca del suo prossimo sé, "non ancora raggiunto ma sempre raggiungibile". L’individuo assume, con meccanismi consci ed inconsci, modelli comportamentali che lo inducono a muoversi all'interno della società in maniera differente a seconda del contesto sociale in cui si trova. Ciò perché, rivestendo ognuno di noi nella vita quotidiana ruoli variabili, l’identità non può avere un assetto statico ma è contestuale e relazionale, cioè può variare in base all’ambiente, alle circostanze, al ruolo che assumiamo in un determinato ambito e, comunque, all'interno della rete di relazioni in cui ci muoviamo e delle percezioni che ne abbiamo. Ciò, però, sempre senza perdere di vista il nucleo fondante il proprio io e senza compromessi con logiche comportamentali confliggenti con quelle alla base della matrice identitaria.

Il sentirsi parte di una comunità affonda le proprie radici proprio con quella matrice identitaria, più o meno esplicitamente e organicamente definita, ma profondamente percepita che ognuno riconosce come il proprio io. I componenti di una comunità sono orgogliosi di far parte del gruppo a cui si assimilano, perché  fornisce loro un senso di appartenenza ad una comunità di simili, all’interno della quale è facile intendersi sulla base di un codice condiviso e, per converso, sono inclini a considerare dissimili soggetti e gruppi considerati esterni. Il concetto d’identità si compone perciò di due aspetti: uno positivo, inteso "come siamo” , “così siamo noi “,  l’altro specularmente negativo del tipo "come noi non siamo" .

Lì dove la classificazione positiva produrrebbe uno sforzo di definizione intellettuale, la classificazione negativa occulterebbe, secondo i detrattori dei valori etici e sociali alla base della Comunità, il pericolo di attribuire automaticamente all'esterno qualità o caratteristiche negative, che la propria identità ideale rifiuta individuandole come fattori di arretratezza, illogicità, immoralità, illegalità,  etc.

L’esempio più frequentemente impiegato a sostegno di ciò, è quello del nazionalismo che, mentre lega sentimenti di appartenenza a lealismi verso un determinato apparato statale, può spingere a manifestazioni di xenofobia e a conflitti con paesi confinanti. Queste ultime obiezioni, assolutamente inattuali, antistoriche, abbondantemente superate dagli ideali e dai valori della sovranazionalità, celano piuttosto strumentalmente la volontà di supportare l’ideale dell’universale eguaglianza attraverso l’abolizione di ogni aspetto dell’individualità e dei valori ad essa connessi. In sintesi un tentativo di far perdere di vista taluni riferimenti essenziali del proprio io e con essi i propri confini identitari, ossia ideali, culturali, religiosi, etnici, etc.

Ciò detto, è di tutta evidenza che la nostra associazione è, nella sua stessa sostanza, una comunità in quanto, contrariamente a gruppi e gruppuscoli che nascono dal nulla e si autodefiniscono “comunità militanti”, non ha bisogno di creare o cercare elementi di comunanza ideale, essi sono inscritti nella nostra storia personale per avere, tutti, militato nelle aviotruppe, non importa quando e con quale grado, ma sempre nella scia di quegli stessi valori che furono guida e sostanza spirituale dei nostri camerati della Divisione Folgore, dello Squadrone F, dei Battaglioni Nembo e Folgore.

La nostra comunità è, infatti, cementata dal saldo e solidale cameratismo che fa parte del passato di ciascuno di noi.

E qui conviene fare una distinzione fra il significato del termine amicizia e quello della parola cameratismo, erroneamente utilizzati, talora, come sinonimi. L’amicizia nell’attuale società (dove “homo homini lupus“),  può essa stessa rappresentare una apprezzabile eccezione, può, a livello individuale, essere matrice di atti generosi, degni della più grande considerazione, ma va assolutamente differenziata dal concetto  originario e autentico della voce cameratismo. In primis è necessario fare una netta separazione tra quest’ultimo e la sua accezione “politica“,  da ritenere quanto meno superficiale e riduttiva.

Da un punto di vista strettamente etimologico e di contenuti sono camerati due individui che hanno condiviso la stessa camerata, per un periodo significativo della loro esistenza. Pertanto il lemma individua un’area di significato che allude all’ambiente umano ove il giovane, privato del calore e della protezione familiare, si trova ad affrontare esperienze nuove e con esse un carico di emozioni che mettono a dura prova il suo equilibrio. A fronte delle difficoltà mai sperimentate il giovane, costretto a ricercare solo in se stesso le risorse necessarie per superarle, scopre e impara a condividere con i suoi camerati la ricerca della spinta emotiva ma anche razionale, indispensabile ad andare avanti. Il cameratismo per nascere ha bisogno d’un lavoro comune, di speranze comuni, originate da esperienze e pericoli vissuti insieme. Ha bisogno anche della confidenza, della reciproca fiducia, di simpatia, di gioia, di spirito di gruppo. Si stabilisce in tal modo un rapporto immediato, se si vuole, primitivo, finalizzato alla sopravvivenza nella nuova condizione, ma privo di qualsivoglia interesse e secondi fini. Due uomini o due donne divengono in tal modo camerati. Una forma di collegamento spirituale e materiale diverso dall’amicizia.

L’amicizia è fondata e articolata su valori e pulsioni di carattere prevalentemente sentimentale, è assai improbabile che un amico ti metta difronte alla cruda realtà nel momento dell’errore, teme di ferirti, di non rispondere alle tue aspettative di totale solidarietà,  paventa che un domani tu stesso potresti contrariarlo. Un Camerata non si perita di deluderti, di venire meno alle tue attese qualora ritenga necessario farti notare che hai sbagliato. Senza invidia né gelosia, gioisce delle tue vittorie ma sa essere anche giudice severo. Il Camerata ci aiuta a vedere ciò che noi non vediamo o che, più spesso, non vogliamo vedere, e rappresenta in tal modo un complemento ed un completamento etico del proprio io. Il camerata continuerà a condividere le radici create in quel magico momento di vita comune e di simbiosi e che, nel tempo, potranno sviluppare la base ideale e materiale di una “Comunità”.

La consapevolezza che la nostra associazione è un’autentica comunità, ci impone dei doveri morali, delle responsabilità cogenti, alle quale non possiamo sottrarci, pena la dissipazione dell’enorme potenziale fattivo connaturato ad ogni aggregazione che senta di avere radici e mete comuni.

A noi il destino ha riservato di nascere in un’era buia, dominata dalla “razza del ferro”, privandoci, ma solo apparentemente, della possibilità di compiere azioni visibili disinteressate, di combattere quelle battaglie che furono riservate alla “razza degli eroi “. Un’era, quella attuale, nella quale le alternative possibili sono piagnucolare e maledire la contemporaneità, facendosi risucchiare e annientare nel gorgo di una società svilita e globalizzata oppure riprendere le armi e, attraverso il recupero di ideali forse sopiti ma mai persi,  andare per la via della rinascita, della ricostruzione della cittadella della nostra tradizione.

Questa la strada intrapresa dalla nostra “Comunità” e non importa se “duro sarà il cammino“. 

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