FUNE DI VINCOLO

SI PRECISA CHE QUANTO ESPOSTO NEGLI ARTICOLI NON RAPPRESENTA, E NON PUÒ RAPPRESENTARE, NÈ LE POSIZIONI DELLA SEZIONE DI ROMA NÈ TANTOMENO QUELLE DELL'ASSOCIAZIONE, MA COSTITUISCONO MERAMENTE OPINIONI RIFERIBILI AL SOLO AUTORE.

Discorso del Presidente

Discorso del Presidente Adriano Tocchi - Roma 16 giugno 2013

Una fredda mattina del passato inverno, incoraggiato da un cielo sereno, mantenuto terso da una vigorosa tramontana, mentre assorto nei miei pensieri camminavo, senza una precisa meta nei viali di questo antico cimitero, i miei passi mi portarono qui. Proprio in questo luogo a noi tutti particolarmente caro. Di colpo fui assalito dal pensiero di oggi, delle parole che avrei detto a tutti voi, parole che vi lasciassero dentro un ricordo diverso di questo nostro ricorrente appuntamento. Mi fermai e sedetti a capo chino su quel muretto quasi a cercare un’ispirazione che tardava a raggiungermi.

Trascorsero alcuni minuti di assoluto silenzio e di vuoto. Quando sollevai la testa e i miei occhi riconquistarono lo spazio circostante, questi bruni cipressi avevano assunto la forma di quinte ondeggianti e il loro stormire il suono di un indistinto brusio, come di voci umane che discorressero tra di loro in lontananza. Poi, a poco a poco, quel parlottio sommesso si fece più chiaro, più vicino. 

Quel linguaggio mi era incomprensibile. Eppure ero certo che fossero loro, i nostri ragazzi di Anzio, Nettuno, Castel di Decima, del Fosso della Moletta che volevano comunicare qualcosa: forse quei pensieri che io, poco prima, non ero riuscito a trovare. Ma non li capivo. Mi sentivo sopraffatto da un senso di inadeguatezza:  in quelle voci c’era, forse, il significato della giornata di oggi e io non sapevo afferrarlo. Poi il vento cominciò ad agitarsi con maggiore veemenza e accenti più robusti si unirono a quel mormorio incomprensibile. In quegli accenti riconobbi voci ben note: Carlo, Alfio, Luciano e poi Gonippo, Ferruccio, Bartolo ed altri. Erano ancora loro, i miei anziani, che, come tante altre volte, accorrevano in mio aiuto.

E presero a dire Non puoi capire i messaggi dei ragazzi. Non sanno di te, della vostra amicizia, del legame ideale che vi unisce alla loro storia, noi che li abbiamo conosciuti sui campi di battaglia possiamo incoraggiarli ad avere fiducia, e a trasmettervi il loro sentire che è il nostro stesso sentire. Assieme a loro ti vogliamo chiedere se quest’anno in occasione della cerimonia che abbiamo tante volte vissuto assieme, vorrai far parlare noi e portare agli amici nuovi e agli amici di sempre queste nostre parole.

Abbiamo rappresentato una generazione “anomala”, ruggente, che non aveva conosciuto la sfiducia, il vuoto interiore di coloro che avevano combattuto prima di noi. La nostra generazione “anomala”, sino all’armistizio, aveva conservati intatti i suoi ideali, attendeva soffrendo e sperando, fiduciosa che l’avvenire non avrebbe mancato di riservare i destini di gloria auspicati.

Apprendemmo invece, con grande delusione, dell’infelice offensiva sulle Alpi, dei rovesci in Grecia, delle disfatte in Albania, in Libia ed Etiopia. La nostra flotta, orgoglio dell’Italia consegnata intatta al nemico e l’amica Arma Azzurra impossibilitata ad operare per la inadeguatezza qualitativa e quantitativa del materiale di volo. Tutto crollava assieme alle speranze di vittoria. Non un “comandante” da additare con orgoglio nella storia nazionale e in quella più vasta del conflitto mondiale sì da poter dire: anche noi abbiamo un Patton, un Rommel, uno Yamashita, un Koniev. Tutto si muoveva sul filo di una deludente mediocrità.

Con la disfatta militare e il disonorevole armistizio ogni sogno era tramontato per l’Italia. Ora la nostra Nazione era rapidamente precipitata nella modesta e avvilente condizione di paese vinto, marginale e subalterno, terra di nessuno che chiunque può impunemente calpestare. Come comportarsi a fronte di tanto sfacelo? Questa mortificante prospettiva poteva invogliare all’immobilismo, ad attendere nell’ombra l’evoluzione degli eventi, della storia. Molti lo fecero. Altri, come noi, non vollero attendere.

Il convincimento di essere stati traditi nelle legittime aspirazioni ed il conseguente risentimento sono le motivazioni che spinsero non solo noi, ma decine di migliaia di altri giovani amareggiati, a reagire, a tentare di riscattare l’immagine di un Italia disonorata,  additare con il proprio agire una diversa strada, irta di ostacoli,  con ogni probabilità non appagante nei risultati, ma sicuramente giusta, inserita nel solco della coerenza etica, della salvaguardia dell’onore e del prestigio militare italiano.

Senza condizionamenti, giurammo solo per l’Italia e non per una dinastia, per la Patria e non per un’ideologia.

Non fummo però soli. Trovammo ad attenderci nei ranghi, in una silenziosa e raccolta dignità, quella parte della vecchia  generazione che non aveva voluto disertare la storia, che continuava a credere nelle proprie convinzioni ed era ancora disposta a soffrire e lottare. Erano i duri a cedere, gli irriducibili che avevano rifiutato l’armistizio, la resa incondizionata, che desideravano, al pari di noi giovani, salvare il salvabile con l’onore delle armi.

Letteralmente mi sentivo morire di vergogna per il disonore in cui il nostro Paese si era inabissato e volevo, almeno individualmente, riscattarlo nell’unica maniera concessami, e cioè votando la mia vita al rispetto della parola tradita

Queste le parole con cui il nostro capitano Gino Bonola descriveva, allora, la condizione morale di quanti non vollero arrendersi.

Il loro sostegno e la loro esperienza resero possibile la realizzazione della nostra volontà e tradussero in fattiva determinazione e concreto operare il nostro giovanile entusiasmo.

Affrontammo senza ripensamenti, senza riserve la catastrofe inevitabile di un destino ormai consumato, certi che il nostro sacrificio sarebbe valso, almeno , il riscatto della patria umiliata.

Molti di noi non tornarono, altri sparirono per sempre, tanti i feriti e gli invalidi. I superstiti ebbero, quale riconoscimento del loro atto di amore per la Patria, il campo di prigionia, processi, condanne, emarginazione sociale, ghettizzazione.

E perché, privi di obblighi e condizionamenti, scegliemmo di combattere tra i paracadutisti? La Folgore, già prima dell’armistizio, aveva esercitato, nei nostri animi di giovani sognatori e romantici, una particolare seduzione: aveva combattuto nell’avversa fortuna, con povertà di mezzi materiali, contro un avversario più potente, meglio armato e organizzato, sempre con grande valore. Mai aveva ceduto per defezione morale e, in ogni più difficile frangente, aveva reagito con impegno ed ostinazione, imponendosi all’ammirazione del nemico e ottenendo da questo l’onore delle armi. Al momento dell’armistizio molte unità di paracadutisti si erano rifiutate di accettare l’inversione di alleanze.

Al disonore militare, suggerito ed attuato dai fuggiaschi, avevano anteposto , comunque, la continuazione della lotta per salvaguardare l’onore militare.

Scegliere questa specialità per noi giovani significava collocarsi sulla linea di un’ideale continuità con una tradizione di dirittura etica e militare.

Combattemmo come avevamo desiderato quell’ultimo scorcio di guerra perduta, ci battemmo per l’onore d’Italia: salvare il salvabile, la dignità nazionale, la rispettabilità di un popolo e delle sue FF.AA. Abbiamo sperato di dare al mondo un’immagine dell’Italia e di una parte degli Italiani diversa da quella delle apparenze, cioè capace di validare e mantenere alleanze, forse innaturali o antistoriche, ma a suo tempo scelte e sottoscritte. Rimanere coerenti ai principi etici, sui quali si fonda la credibilità di un popolo.

Combattendo una battaglia senza speranza, abbiamo tenuto fede a questi sacri principi fino al sacrificio delle nostre stesse vite.

“La vittoria o la sconfitta sono nelle mani di Dio, dell’onore siamo soltanto noi stessi signori e padroni.”

Questo il messaggio che i nostri “ragazzi” mi hanno consegnato. Lo trasmetto a voi con immutata emozione benché, ormai da anni, ci ritroviamo qui riuniti per commemorarli.  La sacralità della circostanza, la religiosità del luogo, il profumo delle piante che come sempre ci accompagnano con il loro stormire, il denso spessore della storia che si legge su queste pietre inducono alla meditazione, esaltano la suggestione delle parole, ne amplificano la risonanza: nessuno può restare immune da un qualche turbamento.

Io invito, però, voi tutti e ,soprattutto, i giovani a portare a casa l’eco delle loro parole, a riflettere sul significato più profondo, a trasporlo nella realtà di oggi e farne una guida per essere presenti nel mondo.

Ognuno di noi sa che la società ha, oggi, un bisogno vitale di rifondare i propri valori sul senso della responsabilità, dell’impegno e del dovere.

Ripensiamo, perciò, al loro commiato e rinnoviamone il senso: nessuno può conoscere gli esiti della somma dei nostri percorsi, ma ognuno è libero di scegliere il proprio. Imparando dalle loro vite, costruiamo le nostre sulla partecipazione consapevole, sulla solidarietà, nel segno dell’onore e della dignità, e speriamo di poter, in questo modo, contribuire ad un domani migliore.

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