FUNE DI VINCOLO

SI PRECISA CHE QUANTO ESPOSTO NEGLI ARTICOLI NON RAPPRESENTA, E NON PUÒ RAPPRESENTARE, NÈ LE POSIZIONI DELLA SEZIONE DI ROMA NÈ TANTOMENO QUELLE DELL'ASSOCIAZIONE, MA COSTITUISCONO MERAMENTE OPINIONI RIFERIBILI AL SOLO AUTORE.

L’impero d'occidente

Dopo decenni di sonno comatoso, anche l’italiano medio – quello che è turbato per la sconfitta della propria squadra in trasferta - inizia ad avvertire di essere precipitato in un mondo in cui la fantascienza è stata superata da una realtà spaventosa. Certo, chi fa parte della casta eletta vive sempre alla grande e continua a dire, esibendo in una tasca il quotidiano radical chic , che questo è il migliore dei mondi, il regno della libertà e della democrazia, dove chi non può avere figli potrà sempre avere un utero in affitto, dove si può disporre di tanto tempo libero, da impiegare nei viaggi, nello yoga e in altri impegni sociali di vario genere.

Ma cosa è della classe media, o meglio di ciò che di essa residua?

Chi – beato lui – ha ancora un lavoro, tenta di esorcizzare il quotidiano infervorandosi al bar per l’ultimo programma proposto da mamma tv oppure beandosi dell’effige del salvatore di turno: non più Cristo, passato di moda, ma una delle tante uomo-immagini, fabbricate dal sistema per circuire i diversamente intelligenti.

Chi, invece, un lavoro non lo ha più o non lo ha mai avuto, se non è emigrato, si fa campare da qualcuno oppure se ne sta buttato in qualche angolo di strada dove “la durezza del vivere”, quella predicata da Monti , di cercarsi un lavoro gliene ha tolta anche la voglia.

Tuttavia chi non ha completamente annullato le sue capacità di essere razionale, mette a fuoco che sulle generazioni attuali ma soprattutto su quelle future incombe una minaccia, un vero e proprio incubo: un’invasione programmata per sostituire gli attuali popoli europei. Fenomeni che assomigliano a quelli che caratterizzarono, negli ultimi decenni dell’ottocento, l’inesorabile declino della Gran Bretagna a fronte dell’emergere di potenze antagoniste, su tutte, gli Stati Uniti. Oggi sono ancora gli Stati Uniti che tentano di difendere la propria traballante supremazia, trasformando il protettorato Europa in un contenitore per nuove genti e tentando in questo modo di opporsi al vento della storia che sta proponendo nuovi attori sul palcoscenico di un mondo multipolare.

Tutto ciò è sotto gli occhi di tutti e viene spontaneo interrogarsi come sia possibile che nessuno se ne preoccupi, nessuno ritenga necessario capirne le cause e studiare eventuali contromisure.

Da parte di qualcuno, si è cominciato a chiamare in causa, quale responsabile, l’Unione Europea, come se si trattasse di un’entità indipendente, dotata di una propria autonomia e non, al contrario, di un progetto americano, teso – all’indomani della seconda guerra mondiale – a mantenere in pugno economicamente, politicamente e militarmente l’Europa occidentale.

Il principale obbiettivo americano, attraverso la costituzione della Unione Europea, è stato infatti quello di impedire che la Germania si avvicinasse alla Russia, legandola strettamente al carro atlantico. Lo stesso euro è stato ideato con tale finalità: favorire l’economia tedesca per dare alla Germania una posizione di predominio in Europa (ma in subordine agli USA), che la distogliesse dalla tentazione di pericolosi collegamenti con la Russia. Ed è questa una delle principali ragioni per le quali l’euro e l’unità monetaria non possono essere messi in forse. E’ attraverso questa via, travestendosi da tedesco, che lo zio Sam può fare il buono ed il cattivo tempo in Europa .

Un primo punto sul quale sarebbe necessario fare chiarezza è che l “Europa”, come unità economico-politica autonoma, non esiste e che, almeno allo stato attuale, non ne esistono i presupposti, si tratta di una autentica mistificazione, di una mera propaggine del declinante impero americano.

In questa Europa l’Italia è l’ultima delle colonie, il Paese servo per eccellenza, un Paese che non decide nulla e con una classe dirigente, politica e imprenditoriale, corrotta, non solo perché ruba, ma perché collaborazionista e nemica della propria nazione e quindi degli interessi del popolo italiano.

Quando coscienza di tutto ciò dovesse essere presa, la soluzione per tornare ad essere “compos sui” sarebbe quella di invitare lo Zio Sam a tornarsene a mangiare hamburger al di là dell’atlantico.

Ma lo Zio Sam è duro ad arrendersi e per rinviare il suo ritiro nell’ospizio della storia ha messo in opera la strategia del caos. Caos, scientificamente organizzato ai confini dell’impero, per ostacolare il coagulo di nuove alleanze geopolitiche che potrebbero mettere in forse ed accelerare la caduta della superpotenza yankee: nell’Italia degli anni 70 gli opposti estremismi, più recentemente in Francia la strategia della tensione e del terrorismo, in Ucraina quello della sommossa “spontanea”, modalità diverse di perseguire uno stesso disegno, quello cioè di dar luogo a consolidamenti o restaurazioni politiche gradite. Intanto prosegue la frantumazione dell’integrità degli Stati attraverso la cessione di porzioni di sovranità a organismi sovranazionali (vedi ad esempio l’ art. 17 del prossimo referendum), che ricadono sotto il medesimo controllo statunitense.

Di pari passo avanza la distruzione dell’identità dei popoli e del legame con il proprio territorio (l’incentivo alla “libera circolazione” va in questa direzione) e l’annientamento dei popoli stessi, sostituiti con immigrati di culture differenti e non assimilabili, in modo da costruire un coacervo multietnico di interessi contrastanti. Per essere vincente, il progetto imperiale deve prevedere, territori coloniali anonimi, sprovvisti di storia comune e abitati da individui in conflitto tra loro.

Dal punto di vista dell’ingegneria sociale, il progetto imperiale prevede il modello ideale della società globale, costituito da internet, un’indistinta e virtuale rete mondiale abitata da esseri umani deterritorializzati, sussistente in un non luogo geografico e in un presente permanente, creata mediante l’annullamento delle dimensioni del tempo e dello spazio.

Nella stessa logica, si colloca il disfacimento economico progressivo delle colonie europee, che nessuno sembra saper arginare. L’arrivo di un esercito di nuovi schiavi, oltre a creare il caos, contribuisce allo sgretolamento del tessuto sociale, al ribasso dei salari, a mantenere alta la disoccupazione, a scatenare una guerra fra poveri. La pressione demografica e la diminuzione del gettito fiscale, dovuto agli elevati tassi di disoccupazione, generano ulteriori deficit nelle casse degli Stati, il cui ripianamento viene ricercato attraverso la logica delle privatizzazioni: anche pensioni e sanità. Nell’ottica imperiale, di pubblico non esisterà più nulla, tutto deve essere privatizzato a esclusivo beneficio dell’impero e dei suoi collaborazionisti. La funzione residuale degli Stati sarà solo quella di esattori delle imposte per conto dell’impero.

La sottomissione di un impero così vasto non si ottiene, però, soltanto con la forza militare ed il controllo economico, ma anche guadagnando la compiacenza dei sudditi. In questo gli americani sono indiscussi maestri, padroneggiando come nessuno le sottili armi della propaganda. La colonizzazione culturale ha sempre accompagnato la penetrazione americana. Questa penetrazione subdola, ha ormai contaminato la nostra cultura fino a condizionarne il linguaggio e chi conosce l’argomento sa che pensiero e linguaggio sono interrelati e quanto largamente il secondo influenzi il primo: parlare utilizzando termini americani significa pensare in termini americani. E’ in questo modo che la propaganda ha inventato il “politicamente corretto“ e quello che non si può più dire, si finisce per non pensarlo nemmeno più. Un popolo che perde la sua lingua, perde la sua identità, perché le parole di una lingua contengono i postulati fondamentali nei quali è espresso il pensiero di quel popolo e di quella civiltà.

Nel nostro Paese, già culla del Rinascimento, siamo giunti all’attuale annichilimento culturale: la nostra cultura qualitativa è stata trasformata in una incultura quantitativa.

Esaminiamo, da ultimo, l’atmosfera di perenne guerra strisciante in cui siamo costretti a vivere. Una guerra che si gioca, come detto, sul terreno culturale, economico ma anche militare. Una guerra che pervade l’aria come un gas asfissiante, e che, nelle zone di frizione con la Russia (l’Ucraina, la Siria, gli Stati baltici), rischia di deflagrare in scontro aperto: la (più volte minacciata) extrema ratio dell’impero americano.

Non esiste dubbio che non ci sia fantascienza peggiore di questa realtà americanizzata, di questo morente impero che ci tiene prigionieri. Eppure dovremmo almeno provare a riprendercelo il nostro Paese. Ma forse è impresa impossibile perché questo Paese non l’abbiamo mai posseduto e quindi non abbiamo neppure la coscienza che possa essere nostro.   L’italiano si cura solo della propria conventicola alla quale appartiene per nascita o nella quale è entrato per cooptazione. Come scrisse Sant’Agostino: extra ecclesia, nulla salus. E, infine, perché “un volgo disperso che nome non ha” sa solo immaginarsi un nuovo padrone e, per quieto vivere, si accontenta di quello che ha.

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