FUNE DI VINCOLO

SI PRECISA CHE QUANTO ESPOSTO NEGLI ARTICOLI NON RAPPRESENTA, E NON PUÒ RAPPRESENTARE, NÈ LE POSIZIONI DELLA SEZIONE DI ROMA NÈ TANTOMENO QUELLE DELL'ASSOCIAZIONE, MA COSTITUISCONO MERAMENTE OPINIONI RIFERIBILI AL SOLO AUTORE.

Stato sociale

L’attuale, ma cronica, crisi dello Stato è sostenuta e, prevalentemente, imputabile all’arrogante prepotenza di gruppi oligarchici e di munitissime lobbie  economiche. I primi, fuori ma ,soprattutto, dentro i partiti, impegnati nella ricerca di sempre maggiori spazi di potere e le seconde nel sottrarre risorse economiche a danno delle categorie più deboli. Ambedue accomunate da una condizione di instabilità delle posizioni raggiunte, sistematicamente messe in forse dagli avvicendamenti politici e dagli alternanti  squilibri economici.

Il modus operandi della politica è caratterizzato da una intrinseca fragilità della dirigenza dei partiti dovuta ai contrasti tra le correnti interne, che ne mettono in forse la stabilità e le linee programmatiche.

Labili perciò gli impegni di governo così come insicura la sorte degli esponenti dell’esecutivo.  I programmi politici, appena concordati sono sovvertiti; i capi di oggi sono messi da parte domani.  Nessun accordo sopravvive alla prova delle beghe interne.

Sempre più accentuata appare la incapacità del governo di affrontare non solo problemi eccezionali ma anche l’ordinaria amministrazione.

Non dissimile è il quadro offerto dalle organizzazioni sindacali. Strumentalizzate dai partiti e ,a loro volta sostenitrici di correnti all’interno di questi. La lotta di classe, nei sindacati dei lavoratori, si è andata,via via, frantumando con il prevalere delle categorie più forti e numerose.

Analogamente, all’interno delle organizzazioni degli imprenditori si è visto, anche del tutto recentemente, come alcuni gruppi riescono ad ottenere, attraverso vincoli di sudditanza o comunque di allineamento politico con i pubblici poteri, condizioni di operatività aziendale e creditizia più vantaggiose rispetto ad altre imprese.

Uno stabile stato di tensione tra i lavoratori, per la precaria solidarietà di classe, e tra gli imprenditori che soffrono il venir meno delle normali condizioni di concorrenza. Ne derivano squilibri dei redditi e dei profitti responsabili a loro volta, di simultanee condizioni di sviluppo e recessione,contrazione e espansione. Un disordine gestionale con distruzioni e concentrazioni monopolistiche di ricchezza.

Tutto ciò nel permanere di ideologie classiste che antepongono, in maniera preconcetta ed anacronistica, ad ogni altra ipotesi quella della contrapposizione dei lavoratori ai datori del lavoro, ignorando come, per contro, si avverta, con forza sempre maggiore, la necessità di una diversa organizzazione del lavoro che sposti la attuale condizione di statica dipendenza contrattuale verso un rapporto improntato alla partecipazione responsabile del lavoratore, di ogni livello, alle decisioni imprenditoriali.

La conseguente assenza di un efficiente potere centrale “unitario”  in grado di mantenere una coerente linea di politica economica condiziona, tra l’altro, la progressiva erosione del potere di acquisto della moneta per effetto degli aumenti salariali in assenza di un adeguato incremento della produttività. Le aziende, in tal modo, dalle più piccole alle più grandi, e, dunque, l’apparato economico, nel suo complesso, subisce l’erosione delle diminuzioni della produzione, dei profitti, dei redditi, e del risparmio. Alla diminuzione delle merci interne si risponde con l’importazione dall’estero che grava sulla bilancia commerciale e il conseguente indebitamento sulla bilancia valutaria dei pagamenti.

I capitali vengono esportati e le autorità monetarie centrali, in mancanza di possibilità diverse, riducono la liquidità attraverso l’aumento del costo del denaro e l’imposizione fiscale. Manovre che, non essendo selettive, colpiscono indiscriminatamente consumi e investimenti. L’incremento  del costo della manodopera e di quello del denaro e l’aumentata incidenza fiscale, sono responsabili della levitazione dei costi di produzione. Questi vengono, solo in parte compensati, attraverso il rincaro dei prezzi di vendita: il ridotto profitto incide negativamente sull’autofinanziamento. I conseguenti mancati investimenti indeboliscono la concorrenzialità da progresso tecnologico.

L’inflazione, nata da un eccesso di domanda di beni e servizi, si trasforma in inflazione da costi. Dalla recessione alla disoccupazione la via è diretta: l’adeguamento della quantità di manodopera alla riduzione, già avvenuta, dei capitali investiti.

La riduzione del tasso di sconto al fine di facilitare i crediti alle imprese, attraverso la fornitura di capitali da indebitamento, rappresenta il più frequente antidoto adottato dalle autorità monetarie per contrastare la recessione. Ciò non risolve il problema di fondo che è quello di recuperare al mercato gli investimenti produttivi con i cosidetti “capitali a rischio”.   Per il persistere delle tensioni sociali e degli squilibri settoriali, le iniziative languono, i mercati interni ed esteri vengono perduti, la moneta subisce un deprezzamento nei confronti del dollaro, yen, franco svizzero ,etc. Per effetto dei contemporanei fenomeni di inflazione e recessione e svalutazione della moneta i capitali , almeno in parte, rientrano e riprende la concorrenzialità delle merci e dei servizi. Ma la disoccupazione resta e i livelli di produzione sono limitati dalla introduzione della automazione e dei criteri di razionalizzazione: La eventuale ripresa sarà possibile solo con il ripristino del circuito virtuoso: risparmio –investimento – espansione – recupero della piena occupazione.

Se, però, senza uscire dalla spirale preconcetta della contrapposizione, le categorie imprenditoriali e dei lavoratori non troveranno la strada della collaborazione, nelle aziende e nella economia, riprenderà le mosse  quella condizione di lotta generale che si è visto essere alla base di quel ciclo di squilibri responsabili della caduta della produzione, dell’aumento dei prezzi, della mancata formazione del risparmio e dei conseguenti gravi danni per l’intera collettività.

Questi i meccanismi e i momenti essenziali dei cicli tipici di un regime ad economia liberista inserito in una democrazia partitico-parlamentare e in una società ad industrializzazione avanzata. I multiformi interventi volti a migliorare la liquidità monetaria, a migliorare i livelli occupazionali assieme alla spinta ai consumi non hanno impedito tali crisi ricorrenti del sistema capitalistico. La adeguata mobilità della manodopera è stata indicata quale fattore  in grado di evitare tali crisi. In una parola compensare la attuale rapidità dei trasferimenti di merci e capitali con un altrettanto rapido spostamento del fattore lavoro. La manodopera , però, perché indissolubilmente vincolata all’essere umano, alle peculiarità di capacità ed esperienza ed ai condizionamenti, positivi e negativi, su questo dell’ambiente familiare, sociale e naturale, non può essere considerato e utilizzato alla stessa stregua di materie prime, prodotti e capitali. Le particolari capacità ed esperienze e i lunghi tempi per i necessari adattamenti rendono  improbabile la adozione di cambiamenti territoriali tra le misure correttive al problema.  Inoltre, va sottolineato che la tendenza allo sradicamento dell’individuo dalla matrice familiare, insita nella filosofia dei consumi, collide con la realtà-esigenza sempre più attuali della specializzazione tecnica. Questa non si improvvisa, né si modifica facilmente costituita spesso da particolari condizionamenti mentali che, impostate per determinati tipi di lavoro non sono adattabili ad altri. In ogni caso su questo tema esiste un errore di fondo: Il lavoro non può essere considerato alla stessa stregua di merci e capitali. Si tratta di una assimilazione concettuale portata avanti all’unisono dal capitalismo e dal materialismo “filosofico” senza il necessario rigore critico ed etico.

Diversamente, il lavoro, espressione della volontà e della capacità creatrice dell’uomo e delle sue capacità conoscitive, deve essere  inteso come protagonista e all’uomo, a seconda del grado di competenza e responsabilità, essere riconosciuta una adeguata parte di esercizio decisionale.

Attualmente, in realtà imprenditoriali complesse, vengono demandati a dirigenti compiti operativi autonomi con tendenza ad estendere tale forma partecipativa alla proprietà ed agli utili. E’ necessario portare avanti questo processo ed estenderlo, con larga maturazione funzionale, ai  lavoratori.

La produzione di massa, figlia del progresso tecnologico e della razionalizzazione organizzativa, postula una continua spinta ai consumi per assorbire quantità sempre crescenti di beni e servizi immessi sul mercato. Le aziende abbisognano, in tal modo, da un lato, di una stabile ed elevata domanda di beni di consumo e, dall’altro, di capitali sempre maggiori da investire per le innovazioni e la efficienza degli impianti. Un difficile equilibrio ( o equilibrismo ?)  tra accrescimento dei consumi e  formazione del risparmio da investire. Equilibrio saldamente vincolato e dipendente dalle problematiche relative alla piena occupazione di tutte le risorse produttive, in primo luogo, quelle della manodopera. Laddove tale principio sia soddisfatto, però, la richiesta aggiuntiva di beni porta, come necessaria conseguenza, l’aumento dei prezzi.  Questo sistema economico si dibatte tra due poli di un problema insolubile nell’ambito del sistema stesso: la piena occupazione determina la inflazione.. Nessuna economia mista, ad oggi, è riuscita a conseguire contemporaneamente, nel libero mercato, pieno impiego e prezzi stabili. In una parola l’economia neo-capitalista non è in grado di controllare l’inflazione senza creare disoccupazione.

Thomas Balogh, eminente economista inglese, laburista scrive nel suo trattato  Irrelevance of Conventional Economics che “ le rivendicazioni salariali debbono consentire un aumento degli investimenti e perciò essere commisurate all’andamento della produttività” e che “con la semplice azione sindacale non si può accrescere la parte dei  salari del reddito nazionale. Ciò affonda la moneta. L’aumento dei salari può essere ottenuto dai sindacati solo attraverso lo Stato. Diversamente la azione sindacale conduce al caos”

Nella moderna economia, se, da un lato, le manovre monetarie e fiscali si rivelano insufficienti, dall’altro le conquiste sindacali, non organiche con l’andamento della economia nazionale, e l’azione incoordinata delle organizzazioni imprenditoriali rappresentano il “primum movens” della inflazione e  dei periodici episodi di recessione.

E’ necessario un incontro responsabile della forza monetaria con quella salariale. A supporto di tale ipotesi può essere considerato quanto affermato da Joan Robinson, altra economista britannica di rilievo nel suo trattato Economic Philosophy” in regime di pieno impiego, il valore della moneta è sempre a rischio di precipitare. La soluzione del problema consiste nel distribuire ai lavoratori una maggior parte del reddito nazionale senza intaccare lo sviluppo degli investimenti”

Le istituzioni tradizionali – governo, parlamento, magistratura, etc –  che dovrebbero esprimere la autorità dello Stato, appaiono sempre più paralizzate mentre le forze sociali  premono ma in maniera disarticolata, disorganica incapaci di un programma stabile, costruttivo. Il risultato è una serie interminabile  di interventi frammentari, spesso contraddittori, e improduttivi quando non dannosi. Da parte loro, i partiti politici, per la loro stessa struttura e a causa delle lotte interne, non sono rappresentativi delle nuove forze e delle nuove esigenze e risultano fattori paralizzanti , ostacolo a qualsiasi innovazione politica. In assenza di della azione unitaria, organica di una autorità statale, riconosciuta ed accettata, in quanto emanazione delle nuove realtà sociali ed economiche, finiscono per prevalere, seppure in maniera transitoria, effimera le esigenze e le rivendicazioni settoriali necessariamente in contrasto con le necessità generali che dovrebbero rispettare lo sviluppo armonico ed organico di tutta la comunità nazionale. Tale complesso di cose continua ad essere considerato  alla stregua di  “mali” ai quale si continuano a contrapporre antichi quanto inefficaci rimedi. La verità è che non si tratta di “mali” ma di fisiologici scompensi di sviluppo determinati dall’aumento della popolazione, dalla diffusione della cultura, da progresso tecnico e scientifico e ,in primo luogo, dalla consapevolezza e volontà di ciascuno di essere sempre meno suddito di autorità, quanto meno, incerte e poco convincenti. Ognuno, viceversa, a seconda della propria collocazione lavorativa e professionale, aspira ad una maggiore partecipazione progettuale e decisionale sulle linee politiche ed economiche riguardanti la comunità nella quale opera.

Non ,dunque, “cura” per una condizione patologica da cui guarire ma assunzione di diversi percorsi ed indirizzi su cui avviare le forze del lavoro di una società moderna, equa e solidale.

Le eventuali soluzioni da proporre, non possono prescindere da una diversa coscienza sociale e debbono essere adeguate alla esigenza della interdipendenza funzionale di tutti i settori lavorativi ed economici. Il grado di integrazione dei vari comparti, nelle società industriali avanzate è tale che il mancato funzionamento di un solo settore può determinare disagi e danni all’intero corpo sociale.

Ogni impatto riformistico o anticongiunturale deve essere espressione contemporanea di progresso economico e civile, vale a dire di aumento quantitativo di beni e servizi e di accrescimento qualitativo per quanto riguarda una equa distribuzione territoriale, settoriale ed aziendale della proprietà, dei redditi e della partecipazione gestionale. In assenza di ciò permarranno ingiustizie e squilibri e le crisi cicliche renderanno vane le conquiste sociali e gli avanzamenti produttivi.

Si viene, in tal modo a delineare, quale soggetto innovativo ed alternativo, quello di una politica economica saldamente vincolata a principi di globalità e organicità.

Globale in quanto deve muovere, tenere conto e contemperare tutti i dati e di tutte le aspirazioni della società nazionale in maniera da assicurare uno sviluppo, attuale e futuro,  omogeneo in tutti i settori dell’economia e su tutto il territorio del Paese. Organica perché deve essere l’espressione delle legittime aspirazioni di quanti ne sono i destinatari, attraverso una forma di rappresentanza articolata che abbia le proprie fondamenta nelle attività produttive ove le capacità singole e collettive siano determinate in base ai risultati ottenuti.

L’ attuale ondivaga politica economica, cronicamente oscillante tra un interventismo statale episodico, mosso da esigenze considerate momentanee ed improvvise o da pressioni di interessi parziali, e la velleità di programmi di pianificazione fatti di enunciazioni astratte e deleghe generiche alla elefantiasica, imperscrutabile burocrazia amministrativa, si è , da tempo, confermata assolutamente inadeguata e incapace a fornire risposte  ai sempre più pesanti problemi di politica economica ed alle istanze di una nuova coscienza sociale. Analogamente inadeguato e miope deve essere considerato l’uso esclusivo di strumenti monetari e fiscali  per regolare l’andamento ciclico delle crisi  e i relativi problemi congiunturali. In un sistema che tenda al pieno impiego di tutte le risorse , in particolare della mano d’opera, e che opera in regime di mercati aperti, nessuna politica di espansione costante seria può non prevedere  la presenza istituzionalizzata e decisionale, nei vari sistemi economici nazionali ( e ancor più nel caso di una unica economia europea !!) di tutti quanti producono assieme ad un razionale disegno unitario di programma zione impegnativa.

Si è sinteticamente esposto ,riportando altresì la opinione in merito di autorevoli economisti, come , in un sistema liberal-capitalistico, il pieno impiego porti alla inflazione, causata dalla forte capacità contrattuale dei sindacati dei lavoratori che ,svincolati da responsabilità politiche, determinano continui aumenti salariali non riassorbiti da adeguati aumenti della produttività. D’altra parte, in mancanza di un riconoscimento alle categorie organizzate di poter incidere, secondo i canoni di una concreta giustizia sociale sull’attività politica ed economica aziendale non è ipotizzabile di proporre alle stesse di rapportare proporzionalmente i redditi da lavoro alla produttività effettiva delle aziende e, dunque, del sistema economico nazionale. In difetto di ciò, esse continueranno ad agire al di fuori della logica dello Stato, anzi contro lo stato nella logica della lotta di classe. E’ pertanto necessario portare imprenditori e lavoratori ad assumere un ruolo politico istituzionale, sinergico nelle decisioni politiche e di strategia economica aziendale e renderli partecipi, nell’ambito delle proprie funzioni, della gestione degli utili della attività aziendale. A questa dovranno essere cointeressati, come produttori, consumatori e contribuenti tutti i cittadini attraverso una forma concreta e condivisa di partecipazione.

Abbiamo sin qui esposto quelle possono essere indicate come le esigenze di una nuova società, di nuovi rapporti economici, informatori di una nuova dottrina sociale in grado di superare le ricorrenti crisi del regime   democratico parlamentare e dell’economia liberal-capitalistica fautrice della polverizzazione  dei gruppi sociali ed economici protesi alla conquista e mantenimento del potere.

L’uso ed il significato corrente con il quale viene impiegato l’aggettivo “corporativo” è quello di difesa egoistica e settoriale di interessi particolari.

Il termine corporativo dovrebbe, viceversa, indicare un indirizzo etico e politico finalizzato a coordinare le attività e gli interessi dei singoli gruppi verso un fine comune, contemperando le diverse esigenze con l’obiettivo di un diffuso e costante sviluppo economico e sociale.

Il corporativismo , se correttamente inteso ed applicato, non persegue il raggiungimento di determinati obiettivi  sociali attraverso imposizioni o coercizioni proprie delle economie collettivizzate.

Questa diversa visione e impostazione economico-sociale dello stato esprime la esigenza di partecipazione concreta delle diverse forze di lavoro e di ricchezza la dove il rapporto di lavoro nasce; nell’azienda. Prevede altresì la inderogabile necessità di ristrutturare gli organi dello Stato attraverso l’inserimento costituzionale delle organizzazioni  produttive e professionali.

Nessuna coercizione verticistica  nelle attività sociali ed economiche, ma libera, ragionata e condivisa assunzione di impeghi relativi alla soluzione dei singoli problemi nell’ambito di un indirizzo generale, unitario e concordato. La attuale struttura pluralistica della società risulterebbe  salvaguardata  come pure garantita , ma anche potenziata, le libertà e possibilità d’iniziativa dei singoli e dei gruppi e del loro ricambio, in modo da non creare caste chiuse e interessi esclusivi.

Allo stato attuale il principale scoglio da superare ed il principale obiettivo da conseguire non è tanto quello del mantenimento della pluralità dei gruppi politici, culturali ed economici quanto quello di frenare la frantumazione dei corpi sociali, nefasta nel suo esplodere anarchico ed essa stessa affossatrice dello stesso pluralismo.

Questa innovativa impostazione dello Stato assicurerebbe da un lato la libertà-possibilità di espressione dei singoli gruppi, dei corpi sociali, delle imprese assicurando dall’altro strutture collegate e ordinate a fini comuni e costanti. In sintesi la realizzazione di uno Stato programmatico .

Una società moderna, caratterizzata da una industrializzazione avanzata con settori innovativi in continua innovazione di strutture, necessita di una costante, consapevole e condivisa presenza decisoria di tutti quanti in essa operano. Gli organismi politici ed amministrativi debbono essere in sintonia immediata e continua con le trasformazioni sociali ed economiche. Non è difatti pensabile che mentre si richieda, da un lato, alle attività produttive e distributive di beni e servizi, per essere efficienti, di funzionare “abbinate in tempo reale”, le strutture politiche ed amministrative continuino a segnare il passo o, nella migliore delle ipotesi, ad arrancare, in ritardo ed inadeguate rispetto alle modificazioni intervenute.

E’ necessario realizzare la coincidenza tra sviluppo sociale e avanzamento civile, tra progresso economico ed espressione politica. Tale coincidenza e contemporaneità effettiva non possono realizzarsi né attraverso la democrazia dei soli partiti, né attarverso le manovre della sola liquidità monetaria. Né può concepirsi, in un moderno assetto sociale, il permaner di cellule costituite da gruppi umani vaganti e contrastanti, fra loro ostili ed estranei alla comunità di cui fanno parte e di cui godono i benefici.

Il superamento della attuale fase di enpasse economico-sociale può passare attraverso due vie: La abdicazione delle volontà singole e dei gruppi in favore di una entità burocratica, collettivizzata e coercitiva, oppure la coordinazione delle volontà e capacità di lavoro in una forma di rappresentanza individuata e responsabile.

Quest’ultima, sostanziata dalla partecipazione operativa a tutti i livelli decisionali è quella che ci piace indicare come Stato Sociale.

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