FUNE DI VINCOLO

SI PRECISA CHE QUANTO ESPOSTO NEGLI ARTICOLI NON RAPPRESENTA, E NON PUÒ RAPPRESENTARE, NÈ LE POSIZIONI DELLA SEZIONE DI ROMA NÈ TANTOMENO QUELLE DELL'ASSOCIAZIONE, MA COSTITUISCONO MERAMENTE OPINIONI RIFERIBILI AL SOLO AUTORE.

Ancora per una nuova Associazione

Due anni orsono, l’annuale assemblea nazionale dell’ANPdI, svoltasi  a Bellaria, ha coinciso, non solo cronologicamente, con il mio ritorno alla vita associativa attiva.  In quella occasione percepii, e successivamente ne ho avuta conferma, gli ostacoli frapposti strumentalmente dai, neanche tanto, “soliti ignoti” al processo di rinnovamento morale e materiale prospettato, seppure a grandi linee, in quella sede. Sull’onda emotiva di quel brusco impatto con una realtà che, per un lungo periodo, avevo esclusa dalla mia vita, scrissi quella che è divenuta poi, la pagina di riapertura di “Fune di Vincolo”.

Un pezzo, nel quale, rileggendolo, riconosco l’autentica emozione e lo spontaneo entusiasmo del momento per un amore ritrovato ma che, mi rendo conto, ben poco di concreto aggiungeva  alle proposte del Presidente Nazionale.

Ora sento pressante l’esigenza di riprendere, in termini maggiormente espliciti e propositivi, il tema della necessità improrogabile di trasformare il “modo di essere” della nostra Associazione, per adeguarne azione e  funzioni alle nuove richieste della società civile ed alle trasformazioni, che hanno investito ed ancora stanno investendo FF.AA ed in particolare, il nostro specifico riferimento, la Brigata “Folgore”. Ben inteso nel rispetto dello Statuto e degli immodificabili e irrinunciabili principi del nostro patrimonio storico e di ideali.

La “sospensione” del servizio di leva obbligatorio è stato da molti avvertito come momento univoco, drammatico, tale da incidere sulla stessa sopravvivenza della Associazione. Timore giustificato? Proviamo a esaminare il problema sulla base dei dati oggettivi disponibili.

Il CMP e poi la Scuola, nei suoi successivi cambiamenti di denominazione, hanno rilasciato, dalla fine degli anni ’50 ad oggi, ben oltre 200.000 brevetti militari. In questo stesso periodo, la media dei soci ANPdI si è costantemente mantenuta compresa tra i 10-15.000 iscritti. Numero perlopiù equamente ripartito tra soci ordinari e soci aggregati. Dunque l’apporto dei congedati, anche se moralmente fondamentale, dal punto di vista numerico non può essere purtroppo considerato altrettanto rilevante. Una discrasia che avrebbe meritato nel tempo, maggiore attenzione e, forse, anche idonei interventi correttivi. Ma non vuole essere questa la sede per l’analisi di eventuali, pregresse disattenzioni. Ulteriore conferma di questa irrilevante incidenza può derivare dalla considerazione che la “sospensione“ della leva, da ormai 12 anni, non ha influito in maniera evidente sul numero degli iscritti all’ANPdI, non avendo esso subito, in questo stesso periodo, significative flessioni. Si può giustamente obiettare che potrebbe trattarsi di un meccanismo sfavorevole, i cui effetti si renderanno tangibili solo tra qualche anno. Se così fosse, la questione testé posta ancor più merita considerazione e impone la ricerca di possibili soluzioni.

Torniamo a porre l’attenzione sulla “sospensione” della leva obbligatoria. Questa, se per il momento ha influito solo marginalmente sul numero degli iscritti dell’ANPd’I, ha però interrotto quel cordone ombelicale che il servizio di leva aveva creato tra società civile e aviotruppe: per molti anni, successive generazioni di giovani studenti e operai si sono succedute, nonni e allievi, nell’offrirsi volontari sognando di indossare il nostro basco, provare l’emozione di annusare l’odore della benzina avio, e quella ben più intesa del lancio e del silenzio infinito che segue l’apertura del paracadute. Diventare Paracadutisti, sentirsi gli eredi materiali e spirituali di Quelli, dei leoni di El Alamein. Tutto ciò non è più. Ce ne dobbiamo fare una ragione.

E’ nostro dovere però domandarsi se esistano l’eventualità e i mezzi per porre rimedio, in toto o in parte, ad una frattura che si configurerebbe come una vera tragedia spirituale e morale, la frattura tra i giovani che ancora credono nei nostri valori e lo spirito del paracadutismo militare. Si tratta di un evento ineluttabile, immodificabile, insito ormai nella ragione delle cose? conseguenza necessaria dello sviluppo degli eventi? Non più giovani moralmente e fisicamente formati nello spirito autentico dei paracadutisti della nostra gloriosa tradizione? in un futuro abbastanza prossimo di quel modello austeramente formato e gelosamente conservato resterà solo un ricordo? 

La risposta è NO, solo che lo si voglia.

L’ANPdI ha i mezzi, il carisma e l’expertise per riannodare quel cordone ombelicale, riproporre il paracadutismo militare all’attenzione dei giovani, formarli spiritualmente e fisicamente offrendo loro la possibilità di accedere, se pure in numero limitato, alle aviotruppe.  Il rigore e l’amore che sono stati alla base degli insegnamenti e dell’addestramento impartiti da uomini quali Iubini, Vana, Pileri, tornino a rappresentare il solo e unico verbo. L’atmosfera che si respirava nella gloriosa palestra Lustrissimi si trasfonda nelle palestre dell’ANPdI. Nessuna innovazione che abbia il sapore di uno scadimento, nessuna concessione al pressappochismo; l’imprinting necessario, l’orgoglio di essere paracadutisti, lo spirito di appartenenza si conseguono solo attraverso il contatto prolungato di istruttori qualificati con allievi dei quali viene consolidata e motivata la iniziale spinta emotiva.   Non tutti, anzi solo pochi, possono diventare paracadutisti. Così è stato per il passato e così deve continuare ad essere se si vuole preservare la P maiuscola. Il danaro pagato dagli allievi non può far premio e porre in secondo piano la qualità, spingere a contrabbandare “fantoni” per Paracadutisti. Il rigore della preparazione e la conseguente selezione hanno, da sempre, costituito gli elementi portanti di un patrimonio che ha contribuito a rendere “mitico” il Paracadutista e che non può e non deve essere disperso. Il nostro credo, la nostra “mission”, non possono essere trasmessi se non nel rispetto di quella tradizione.  Non dobbiamo vincere elezioni, non dobbiamo cercare i numeri, ma proseguire sulla strada maestra avendo per unica meta la qualità.  Solo a queste condizioni di lealtà ed onestà, l’ANPdI può perseguire l’obiettivo di “fabbricare”, per il domani, Paracadutisti che nulla abbiano da invidiare a quelli di ieri. Fuori mercanti e trafficanti, la formazione nelle palestre e, poi, nelle scuole siano di esclusiva competenza di Paracadutisti.

Il nuovo statuto associativo, in vigore da circa un mese, a differenza dal precedente che ne fissava l’apoliticità, si limita a sancire l’apartiticità dell’ANPdI.  Onore, lealtà, coraggio disinteressato e cameratismo, prima e al disopra di tutto, hanno illustrato la nostra storia, in pace ed in guerra. Caratteristiche che rendono superflua la prescrizione di apartiticità della nostra Associazione. Come pensare che il Paracadutista possa in qualche modo lasciarsi coinvolgere dal cosiddetto arco costituzionale dei partiti, i cui rappresentanti, senza distinzione di collocazione, non mancano, ogni giorno, di prospettarci indiscutibili  eccellenze di inadeguatezza, mediocrità morale, incompetenza, arroganza, asservimento a poteri economici e non, nazionali e sovranazionali, assoluto disinteresse  per le esigenze del cittadino, gradi variabili di collusione con delinquenze, più o meno organizzate, sottrazione del denaro pubblico: in una parola “immoralità”? Il contrasto con Noi è palese e fa si che non possiamo fare a meno di essere apartitici, assolutamente apartitici!

La prima definizione di “politica” risale ad Aristotela che, con questo termine,  indicava l’amministrazione della “polis” per il bene di tutti e, conseguentemente, la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini partecipano. Nel tempo, adeguandosi alla trasformazione antropologica dei politici, il  significato del termine politica si è progressivamente “evoluto” ad indicare“ …..aspirazione al potere, monopolio legittimo dell’uso della forza ….” (Max Weber) o “… allocazione di valori imperativi nell’ambito di una comunità ….” ( David Easton) e ancora “….sfera delle decisioni collettive sovrane …..” (Giovanni Sartori). Definizioni che ben corrispondono al comune desiderio di questi addetti ai lavori di interpretare la politica come un “affair” privato, allocato in cupole più o meno identificabili, senza alcuna comunicazione con quello spazio pubblico di partecipazione popolare, auspicato da Aristotele. Impropriamente, per descrivere il complesso di questo fenomeno, abbiamo fatto uso del termine evoluzione, mentre risulta ben chiaro essersi trattato piuttosto di un fenomeno di involuzione della politica in antipolitica.   Recentemente, il termine “antipolitica” è stato, viceversa, utilizzato per stigmatizzare atteggiamenti di disaffezione e manifestazioni, talvolta pittoresche e folcloristiche, della insofferenza, spontanea o organizzata, nei confronti  di quanti, eletti dal popolo, dimenticano ( ma sarebbe più giusto dire scientemente ignorano) l’impegno assunto di tutelare, a tutto tondo, gli interessi dei cittadini. Sorge a questo punto, spontaneo, l’interrogativo se sia lecito parlare, a questo proposito, di antipolitica quando è ben chiaro che l’esercizio della politica è andato perso o comunque è stato privato dell’aspetto più nobile della sua funzione. Ha senso parlare di antipolitica in un contesto collettivo ove la politica non ha più alcun diritto di essere appellata tale? O invece è lecito pensare che, strumentalmente, si è tentato di intorbidire le acque e azzardare, in tal modo, un’improbabile difesa, spacciando per morbo l’anticorpo, ove il morbo è il tradimento della “politica” e la presunta antipolitica è invece l’anticorpo, la protesta, se pure populista e scarsamente propositiva, di quanti vorrebbero qualche segnale concreto di ripensamento e di ritorno alla politica della “polis”.

E’ lecito pensare, e spero di avere pronte conferme, che 10.000 Paracadutisti non corrispondano solo ad altrettanti baschi rossi (o verdi), ma che, sotto ad ognuno di quei baschi, esistano teste pensanti con un condiviso patrimonio di idealità incontaminate, un comune amore per il nostro Paese, considerazione e rispetto per l’individuo come singolo e come elemento costitutivo della comunità, lealtà e onestà di pensiero, cameratismo, coraggio ponderato.  Peculiarità che possono rappresentare la premessa per l’apertura di un dialogo, finalizzato a ricercare e poi occupare uno spazio pubblico di partecipazione. Occorre individuare insieme i canoni basilari per ritrovare la strada di un discorso politico costruttivo improntato alla correttezza mentale e al senso di responsabilità, avente, con primo obbiettivo, la trasformazione del semplice, spontaneo associazionismo in una comunità organica e solidale.

Considerare questo un programma eccessivamente ambizioso significherebbe ammettere dei limiti alle possibilità ed alle capacità dei Paracadutisti. Ciò non risponde a realtà!

Tentare di trasformare la nostra sezione di semplici iscritti in una comunità dialogante, creare uno spazio politico condiviso nel quale incontrarsi, esprimere opinioni su temi teorici e concreti problemi collettivi, proporre possibili soluzioni, non devono essere considerati segni di una crisi onirica, di un eccesso di autostima e di ottimismo, piuttosto tappe di un percorso arduo, ma non impossibile da percorrere.

“Veniamo da lontano...”: fede e perseveranza ci siano di guida anche su questa via di rigenerazione per la costruzione di una “nuova associazione”.

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