FUNE DI VINCOLO

SI PRECISA CHE QUANTO ESPOSTO NEGLI ARTICOLI NON RAPPRESENTA, E NON PUÒ RAPPRESENTARE, NÈ LE POSIZIONI DELLA SEZIONE DI ROMA NÈ TANTOMENO QUELLE DELL'ASSOCIAZIONE, MA COSTITUISCONO MERAMENTE OPINIONI RIFERIBILI AL SOLO AUTORE.

Le radici storiche e culturali dell’arditismo

3 novembre 1997

Come dissi in altra occasione, è oltremodo imbarazzante parlare della guerra per chi l’abbia fatta, ma ancora di più, parlare dei riparti di assalto, vulgo “arditi”, per chi ne abbia fatto parte. E perché? Perché si finisce di parlare di se stesso - e non per un senso di vanità abbastanza naturale per chi abbia voluto correre i terribili rischi di tale scelta, ma perché ci si sente sopraffatti, a distanza di anni, dalla meravigliosa follia a cui ci si è abbandonati, almeno una volta nella vita. “È possibile - ci si dice - eppure c’ero anch’io!” Ed è perciò che la presente conversazione avrà come oggetto non già l’evocazione di varî fatti d’arme, che io conosca per esperienza personale, bensì in generale “le radici storiche e culturali dell’arditismo”.

L’arditismo come tale, indipendentemente dal popolo o dal reparto militare che lo pratica, ha due radici. La prima è quella della necessità obiettiva di migliorare o risolvere una situazione tattica mediante quell’atto di “pura follia” noto come “colpo di mano” (esempio: “andare in quattro per sloggiare una mezza compagnia americana da Borgo Flora o, settantacinque anni fa - dalla parte opposta - sloggiare quei maledetti alpini italiani dall’Ortigara mediante il capitano Galliano e la sua mezza Stosstrupps etc.”). La seconda radice è molto più difficile da individuare, perché risiede nelle profondità dell’animo umano, laddove i poteri dell’immaginazione si coniugano secondo la volontà di essere, più che di sopravvivere.

Si tratta di evocare in un istante di concentrazione totale quella medesima volontà - dimenticata dai più nei millennî di vita civile, che permise alla razza umana di sopravvivere alle glaciazioni del Paleolitico e agli infiniti accidenti - guerre, pesti, migrazioni e carestie - che ne hanno accompagnato il cammino fino ai giorni nostri. Questo potere di sopravvivenza attraverso l’impossibile, questa capacità di vedere con gli occhi dello spirito il risultato, prima ancora di iniziare l’azione è il potere dell’immaginazione. È lo stesso potere che gli Aryani vedici attribuivano al dio Mitra, dicendo: “il nobile Dio pensò l’Impensabile” (ácito ‘cetayad âryo devá).

Ed il potere dell’immaginazione è sostanziato di volontà: quella volontà per cui l’Homo Europaeus ha scoperto l’America e altri fino allora ignoti continenti, ha sondato i mari, ha scalato i monti (in fondo, per gioco), è volato nello spazio cosmico... e non s’arresta in questo folle impegno che, per il cinico, non serve a nulla dato l’ineludibile termine della vita, che pone fine a tutto. Volevo fare questa premessa per mettere a fuoco, come farò ora, i due tipi umani nei quali s’incarnano i due impulsi contrapposti, di conservazione ottusa e stagnante, o di innovazione e invenzione continua, che caratterizzano l’umano operare.

Nel primo caso avremo il tipo umano che per far qualunque cosa s’attende la sanzione dell’autorità superiore, per dirla alla tedesca la Befehlstaktik, “la tattica di attendere gli ordini”. L’inerzia di questo tipo umano, che, sia in basso che in alto, fu responsabile ottant’anni fa della rotta di Caporetto, ha pesato in realtà lungo tutta la nostra storia, rifiutando - per il suo tornaconto particulare - l’Unità nazionale, odiatore anzi del medesimo concetto di Nazione per la piramide di responsabilità che questa comporta. Per questo tipo, di là dalla propria egoistica individualità, esiste solamente la massa indistinta degli “altri”, altrettanti “tubi digerenti” come lui dominati dalle esigenze di ordine biologico: cibo, sonno, gioco e qualche vibrazione sentimentale, al posto di una vita spirituale autentica. I decreti del Sant’Uffizio tengono il posto di una costituzione laica e la severa presenza di un viceré spagnolo o austriaco conferiscono al tutto la lustra di uno Stato.

Per questo tipo, che purtroppo vediamo di nuovo spadroneggiare da cinquantaquattro anni, il normale ordine di uno Stato laico è negazione del miracolo e della Provvidenza, di fronte alla quale siamo tutti “peccatori” futuri “pentiti” ammessi al perdono ed alla contrizione, categoria metafisica, addirittura ontologica, nella quale saranno livellati tutti i futuri cittadini “perfetti”. Il tipo umano opposto - ribaldo e peccatore se mai ce ne fu altro - è quello di coloro che agiscono in base a ciò che possiamo denominare “fantasia morale”, o “autonomia della coscienza”, a cui si obbedisce in base ad un imperativo etico, spesso trasgredendo alle convenzioni, infischiandosi del quieto vivere e negando la pseudo-logica delle suggestioni collettive. Questo tipo umano è quello che intuitivamente vive di coraggio e di invenzione, nel senso del latino “inventio”, cioè di “volontà di trovare”, “di invenire”. Il suo modo di conoscere e di operare è l’immaginazione e, come già detto, l’immaginazione è pensare “ciò che non è stato pensato”. E il coraggio, per cui si vive una vita fondata sull’immaginazione, è fare ciò che si immagina tenendo fede al fine, senza pentirsi, facendosi irresistibilmente “attirare” da ciò che si vuol fare. Questa è la materia prima di cui è fatto l’ardito.

Egli è tale perché supremamente capace di mollare gli ormeggi che ci tengono avvinti al quotidiano e all’abituale, in attesa che altre paure sóffochino la nostra virilità nell’agire. Con la mente svuotata da qualunque timore o incertezza, l’ardito si getta a capofitto nell’azione proprio come il paracadutista che, mollata la fune di vincolo, si abbandona alla beatitudine del vuoto, precipitando in un mare fiottante coraggio - come un filosofo descriveva il mondo dello spirito, quello robusto, vero che dà sostanza di vita alla nostra anima, non l’esangue sogno letterario, ma la dedizione completa a quella che di volta in volta è probabilmente l’ultima avventura. Questa, in ispirito, è la dote dell’ardito: non il turgore declamatorio per l’azione, ma l’abbandono innamorato a quella che può essere l’ultima chance di questa vita. Ricordo che sul labaro del 32° Guastatori comandato da Caccia Dominioni campeggiava la scritta “la va a pochi la vita del guastatore”.

Questa promessa di morte - ricordo - esercitava un fascino irresistibile per noi giovani ufficiali. A me, italiano all’Estero ricordava il grido di guerra del “Tercio” spagnolo di Millán Astráy: “¡Viva la Muerte!, che io stesso gridai quando si mosse il treno che ci portava al fronte di Nettuno (beccándomi un kilometro di arresti!). Ma quest’immagine che attribuisce valore positivo alla “buona morte” non è che sia stata evocata in questo secolo in occasione delle due guerre mondiali: è un ricordo sepolto nella coscienza collettiva. Già nell’XI secolo i comuni lombardi avevano la cosiddetta “Compagnia della Morte”, formata da coloro che avevano giurato di non arrendersi giammai vivi al solito Imperatore oltremontano o al bellicoso Papa di turno. Se retrocediamo nei secoli, lasciando da parte gli innumerevoli esempi offertici dai perenni vincitori romani, fra i quali non mancarono esempi di devotio, come quella di Quinto Decio Mure che armato si gettò nella voragine consacrandosi agli dèi inferi per la vittoria, ricordiamo gli ambacti, Celti delle nostre parti che avevano giurato di non sopravvivere al loro dux bellorum, i barbari berserkir, che in preda ad un’estasi sciamanica precedevano nudi le schiere normanne all’assalto...

Tutti costoro punte di diamante di eserciti barbarici e di imperi in divenire, sono antenati spirituali e fors’anco biologici degli Arditi che, da noi, a Sdricca di Manzano nel 29 luglio 1917, per un’iniziativa presa l’anno prima dal capitano Baseggio, cominciarono a esistere ed a riconoscersi anche per una diversa foggia di vestire (furono i primi reparti occidentali a portare la giacca con il collo aperto) e di equipaggiamento, che era quanto di meglio i tempi di allora offrissero. Risorse allora l’antica arma del guerriero solitario, il pugnale lungo e diritto, riduzione della spada del cavaliere, che divenne il compagno fedele del nuovo uomo d’arme. I più valorosi e i più forti andarono ad arricchire i “plotoni scudati”, i cui membri - puri folli, fra i quali mi vanto di ricordare mio padre - facevano saltare gli apprestamenti del nemico, protetti da scudo e corazza come i guerrieri antichi. In questo terribile discrimine in cui la brutalità della guerra faceva esplodere le contraddizioni sociali e nazionali, che la belle époque aveva mantenuto sotto silenzio, risorse, però nel dolore e nella morte di quella sacralità che in antico circondava la guerra, come di un rito espiatorio.

Nella Roma antica, quando il sacerdote Feciale aveva lanciato il giavellotto insanguinato nel campo acquistato da un probabile nemico, chiamati a testimonio gli dèi e colti gli auspici, la guerra cessava di essere un atto trasgressivo: entrava nell’ambito del sacer e le distruzioni che l’accompagnano diventavano modalità sacrificale (spolia epima). Perché tanta sacralità? Perché nel fondo della sua anima ogni uomo è consapevole del fatto che, uccidendo, usa di un potere che non gli appartiene, essendo egli portatore e fautore di vita - come la gerarchia angelica preconizzata da Dante. La morte e il dolore che infligge al nemico, specie nel corpo a copro, hanno ragione d’essere quando dánno esistenza e vita a ciò che li trascende, alla Nazione, alla civiltà, al nuovo ordine, a tutto ciò per cui i nostri Antichi stimavano doversi sacrificare la propria vita e quella altrui e quanto si avesse di più caro. Dal sangue versato nasce la rosa spirituale che vivifica noi e le generazioni che verranno.

Per l’uomo antico, l’uomo che aveva del mondo un’esperienza mistico-religiosa, ma anche per il Lacedemone o il Romano, la guerra inizia ed ha un senso quando si traduce in una realtà sovrasensibile “voluta dagli dei”, al vertice dei quali il legionario votava se stesso a Libitina, “vitai mortisque locus”, ed ai poteri numinosi, che misteriosamente mantengono vivente e fiorente la sua gente. Tuttavia, e nonostante la ritualizzazione di questo evento, anche l’uomo antico, come il soldato di oggi, percepiva d’istinto, come terrore paníco, l’enormità con cui trasgrediva contro la sua stessa natura umana. Sentiva di penetrare nell’incomprensibile dominio dell’Odio - quel neikos, che Parmenide ed Empedocle ponevano a riscontro della Philía, l’Amore, come due potenze cosmiche reggitrici dell’Universo - nel mondo umbratile, ove la luce della vita si estingue, all’insorgere dei démoni, i mostruosi figli del destino (i Fianna Fail, i “guerrieri del destino degli antichi Celti). Questo oscuro terrore reptante, che segna la trasformazione del cittadino in guerriero, mentre in lui cresce a dismisura quella furia, quel Wut per dirlo alla tedesca, che nell’animo dell’Ardito è anticipo “ora e adesso” di Vittoria. In questa devozione totale all’azione si affaccia, perfino nelle scialbe culture del mondo moderno, un elemento magico ben conosciuto dalle phratríe guerriere dell’antichità, che è anticipazione dell’esperienza della Morte - quale porta d’entrata agli stati sovrasensibili dello spirito.

Si tratta, beninteso, di un’esperienza concreta della “soglia” che, per i più - passata l’avventura - viene dimenticata, ma che l’insondabile coscienza collettiva s’acquista quale lievito di future imprese della razza umana. Finora abbiamo parlato dell’arditismo come archetipo, quale principio insito nella coscienza del guerriero. Ora accenneremo a come storicamente si sia concretamente affermato nella prima Guerra Mondiale in reali istituzioni militari non volute né concepite dagli Stati Maggiori, ma imaginate dalla ufficialità inferiore. Citeremo brevemente tre esempi: quello della Germania nel 1915, seguito dall’Austria-Ungheria l’anno seguente, e dall’Italia nel campo opposto. Non mi attarderò a citare il lungo rosario di incredibili azioni eroiche compiuto dallo Homo Europaeus in quegli anni terribili, seguiti vent’anni più tardi da altri peggiori ancora. Accennerò soltanto ad esempî più significativi, tenendo presente che l’arditismo, quando comparve segnò una tappa fondamentale nella tattica della guerra e nella tipologia morale di chi la faceva.

Nel campo germanico l’arditismo fu determinato, come reazione, all’immobilità, per non dire blocco, imposto nel 1915 dal Gran Quartiermastro von Falkenhayn, succeduto al von Moltke, alla travolgente avanzata tedesca che eseguiva con rigore la manovra strategica, concepita dal von Schlieffen vent’anni prima. Questo errore fece subito apparire quale sarebbe stato nei tre anni successivi l’orrore della guerra di posizione. Centinaia di migliaia di soldati sarebbero stati condannati a marcire nelle trincee per anni, in attesa della morte negli attacchi di massa, che ricordavano ancora l’urto dei battaglioni napoleonici, quando - però - ci volevano tre minuti per ricaricare il fucile ad acciarino, di contro ai 30/40 colpi al minuto di una mitragliatrice moderna. Di fronte a questa prospettiva, mutato il comando del capo di Stato Maggiore nelle persone di von Hindenburg e di von Ludendorff, questi approvarono l’iniziativa del capitano Rohr che già nel marzo 1915 aveva potuto creare reparti mobili d’assalto che, alla prova dei fatti, nell’offensiva dei Vosgi il 12 marzo 1915 ebbero un grande successo.

Rohr, con la sua iniziativa di addestramento e di azione ruppe, fra l’altro, uno schema tattico che relegava il sottufficiale alla funzione di “serra-fila” dell’unità in attacco, trasformandolo, invece, in un vice-ufficiale mediante un’autentica Auftragstaktik, una “tattica d’iniziativa”. Prospettiva, questa, che il VI Corpo d’Armata italiano aveva ravvisato come necessaria durante la preparazione della sesta offensiva dell’Isonzo. Lo Stato Maggiore austroungarico, trascinato dall’esempio germanico, si affrettò di organizzare - già prima che l’Italia entrasse in guerra - delle Stosstrupps, come truppe di élite presso le divisioni regolari, con compiti di rottura secondo nuove tecniche di combattimento (lanciafiamme, mortai d’assalto, o, meglio, bombarde, pistole mitragliatrici eccetera), e campi d’addestramento di straordinaria modernità, come quello di Levico, nel quale si addestravano gli Sturmmänner perfino alle tecniche del kendo e della naginata giapponese.

Questi Sturmbattalions (che alla fine della guerra erano arrivati al numero di diciotto) venivano prestati ad inferiori unità tattiche: non furono riuniti in unità di ordine superiore, per evitare gravi perdite di uomini difficilmente sostituibili. Fece eccezione l’Orient-Korps costituito, dopo la caduta della Serbia, come corpo di spedizione per la Palestina, che poi, invece, prese parte assieme ai Kaiserjäger alla battaglia del Piave (15-24 di giugno 1918), nella quale gareggiarono in valore con i nostri Arditi - come mi pare che sia documentato anche in una lapide fissata sul luogo della terribile battaglia, nella quale furono presenti anche gli Honved ungheresi. In quella occasione da parte italiana gli Arditi furono eccezionalmente riuniti in riparti di entità superiore ai piccoli gruppi di assaltatori. A voler essere sinceri, nella rotta di Caporetto, a cui partecipò l’unità comandata dall’allora capitano Rommel, quella degli alpini del Württenberg, i “quattro gatti” che in 52 ore di combattimento conquistarono l’enorme tratta di fronte fra il Matajur e il Kolowrat, i nostri nemici compirono un’autentica serie di azioni da Arditi!

I nostri reparti di assalto non furono di certo secondi in aggressività ed iniziativa agli arditi austroungarici di von Holodow e di von Buol che, talvolta con successo, attaccarono l’Ortigara e la relativa tratta di fronte. Onore all’Avversario! Fu bravo quanto noi! In quelle terribili giornate che segnarono i momenti culminanti del 1917 e 1918, i nostri reparti di Arditi furono in varia guisa rafforzati, nonché addestrati in campi di esercitazione secondo criterî di praticità non molto lontani da quelli in uso oggidí a Fort Bragg in Virginia. Criterî che furono accuratamente seguiti nell’ultima guerra per esercitare e preparare, oltre ai paracadutisti - che restano l’aristocrazia dell’arditismo - anche quei fiorellini di virtù che erano quelli che chiamavamo “i macellai di Santa Severa”, gli N.P. e gli A.D.R.A., i Guastatori ecc. Nella Grande Guerra un “riparto d’assalto” consisteva inizialmente in una compagnia su quattro plotoni, una sezione di mitragliatrici e una di lanciafiamme; successivamente ognuno d’essi venne a comprendere una compagnia di circa 300 effettivi, 4 plotoni di 3 o 4 squadre ciascuno, una sezione di mitragliatrici FIAT, 2 sezioni di pistole-mitragliatrici e una di lanciatorpedini. Innovazione tipicamente italiana, fu che ogni squadra era formata dalle cosiddette “coppie”, costituite da uomini legati da vincoli di amicizia o di parentela, ciò che accresceva notevolmente la loro efficienza. Gli organici non erano tassativi: dipendevano generalmente dal buon senso e - grazie a Dio - dalla follia dei singoli comandi! L’arditismo fu stimolo potente per strappare il nostro fante dall’”ipnosi della trincea”: l’esempio di ciò che si potesse fare come ardito era sotto gli occhi di tutti e la gara era aperta!

Ogni reggimento di fanteria ed ogni battaglione di alpini ebbe fra i suoi ranghi un plotone d’assalto, di “fiamme nere”, che fra un’offensiva e l’altra, veniva allenato a compiti di ardimento (qualcosa di simile ad uno “sport estremo”) in appositi campi-scuola. Nell’arditismo rifulse la virtù tipicamente italiana dell’iniziativa, della libera invenzione, del far da sé, “basta che non ci mettano il naso le superiori autorità”. Gli Arditi, il labaro della cui associazione ostenta ben 120 medaglie d’oro, dei quali un riparto, il XXIII meritò la croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia e la medaglia d’oro, sei, la medaglia d’argento e così via, parteciparono da protagonisti a tutte le offensive successive alla loro fondazione. In particolare la prima Divisione d’Assalto prese parte alla battaglia del Piave, in cui l’impeto austro-tedesco fu definitivamente fiaccato, mentre l’intero Corpo d’Armata partecipò a quella definitiva di Vittorio Veneto.

Con la quale finì la Grande Guerra e, sopravvenuta la pace, gli Arditi scomparirono come corpo regolare dall’ordinamento dell’Esercito italiano, sopravvivendo come funzione, ogni qualvolta una situazione difficile, o meglio, impossibile, lo richiedesse. Li abbiamo visti nella guerra di Spagna come “Flechas Azules” accanto al “Tercio”, o sparsi nelle formazioni divisionali in Africa Settentrionale (ad una delle quali io partecipai ancora come sottufficiale, poi, come ufficiale su altro fronte). Non dimentichiamo che, senza sminuire gli altri Corpi, quello dei Paracadutisti rappresenta la quintessenza dell’arditismo italiano. Come riassunto di ciò che avrei voluto esprimere in questa mia conversazione è che l’arditismo è stato in guerra la più autentica espressione del sempre risorgente volontarismo italiano, quello che da millecinquecento anni ha sempre e ovunque testimoniato l’eccellenza del guerriero italico sotto diverse divise e diviso sotto diverse bandiere.

Si ricordi come in infiniti casi, ne cito due - l’assalto a Praga nel 1620 da parte dell’esercito imperiale e la ritirata di Russia di Napoleone - in cui gli italiani furono i primi e i migliori. Tuttavia ho voluto soprattutto celebrare gli arditi della Grande Guerra, più di quelli della seconda guerra mondiale che ne fu la prosecuzione, e ciò perché quelli furono senza saperlo l’”archetipo” di quello che avrebbe dovuto essere un esercito esemplare italiano - un vero esercito di popolo - che incarnasse le straordinarie capacità della nostra gente, quando è ben comandata e agisce secondo l’istinto profondo della nostra razza. Non posso fare a meno di ricordare l’emozione di quando, ancora ragazzo, riuscii a far parte dei famosi “novanta granatieri” della Compagnia Volontarî Universitari (4 medaglie d’oro, 16 d’argento eccetera, tutte conquistate in reparti d’arditi) in Africa Settentrionale e l’appagamento profondo che ebbi, più tardi, nella RSI, quando ebbi l’onore di far parte come ufficiale del “battaglione d’assalto” del tenente colonnello Carlo Federico degli Oddi, sul fronte di Anzio-Nettuno nel 1944 (citato due volte sul bollettino del XXVI corpo d’armata germanico) dove cadde il 70% dei nostri effettivi, senza arretrare di un passo fedeli alla parola data, a testimoniare la virtù dell’uomo d’arme italiano.

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