FUNE DI VINCOLO

SI PRECISA CHE QUANTO ESPOSTO NEGLI ARTICOLI NON RAPPRESENTA, E NON PUÒ RAPPRESENTARE, NÈ LE POSIZIONI DELLA SEZIONE DI ROMA NÈ TANTOMENO QUELLE DELL'ASSOCIAZIONE, MA COSTITUISCONO MERAMENTE OPINIONI RIFERIBILI AL SOLO AUTORE.

Una Vita da Paracadutista

2 novembre 1963. Avevo da poco compiuto 11 anni, quando mio padre mi annunciò che avremmo partecipato ad uno speciale evento: il raduno nazionale dei Paracadutisti d’Italia. E’ vero, in casa, lo avevo sentito parlare di paracadutisti, del suo servizio militare nella Folgore durante la guerra, ma tutto mi appariva sfocato, incomprensibile. Fu così che la mattina del 2 novembre uscimmo di casa noi due da soli. Ricordo ancora le parole che disse a mia madre ”Ci vediamo stasera… sul tardi”, cercai di immaginare il motivo di quella giornata così insolita, fuori fino “a tardi”.. perché mai? Ma lo segui senza fare domande. Camminammo uno a fianco all’altro fino a S. Croce in Gerusalemme e ci ritrovammo davanti a una porticina angusta e apparentemente usuale, ma che per me aveva qualcosa di misterioso ed inquietante: cosa c’era mai oltre quel limite? Percorremmo uno stretto vialetto, poi salimmo una scala che ci condusse ad un cortile sterrato.

L’aspetto era alquanto disadorno e trasandato, come di luogo abbandonato di cui nessuno si prendesse cura: macchie di erba secca qua e là, una strana torre costruita con tubi “innocenti”, una corona di mura diroccate e un edificio fatiscente sullo sfondo. Quello che colpì più profondamente il mio immaginario di bambino fu però il contrasto tra la desolazione del luogo e la moltitudine vivace di persone, in giacca e cravatta (oggi potrei definirle “vestiti a festa”), tutte con uno strano copricapo verde, che gremivano il cortile.

Anche mio padre tirò fuori dalla tasca il suo “basco verde” e lo indossò con orgoglio. Rimasi stupito, non lo avevo mai visto a casa, non ne conoscevo l’esistenza, ma compresi subito l’importanza che quel copricapo rivestiva per tutti i presenti. Da quel momento iniziò una vera e propria girandola di abbracci, cominciai a sentire frasi come: “Guarda chi si vede!!” “Ma sei davvero tu??” “ Peppe.. Ma tu sei Peppe della scuola di Tarquinia ??” e giù strette e pacche sulle spalle. Ero frastornato, non afferravo bene cosa stesse succedendo, ma non mi sfuggì che tutta quella gente nel salutarsi, nel riconoscersi aveva gli occhi lucidi.

Ricordo anche qualche lacrima, ma forse le lacrime sono un’aggiunta della mia fantasia di bambino. Qualcuno nel frattempo stava distribuendo delle buste e, quasi senza accorgermene, mi ritrovai al collo un foulard di seta celeste con impresso un paracadute sostenuto da due ali, mio padre stava intanto appuntando sul bavero della giacca un piccolo distintivo raffigurante lo stesso emblema. Continuavo a non capire, ero affascinato ma al tempo stesso confuso, disorientato. Mio padre intese il mio stato d’animo e prese a chiarirmi il significato di quel raduno, aveva in volto un’espressione di felicità che non gli avevo mai visto. Mi raccontò per la prima volta di come fosse diventato un paracadutista, della scuola di Tarquinia e dei suoi lanci.

Mi illustrò la “posizione ad angelo”, mi spiegò come fosse necessario atterrare con una capovolta per non rompersi l’osso del collo, ma soprattutto mi parlò dei suoi camerati, di quelli che non c’erano più e di quelli che, quel giorno, incontrava a distanza di tanti anni.. Mi indicò un paracadutista dai capelli bianchi che sosteneva un labaro azzurro con sopra ricamato un paracadute alato e tante medaglie appuntate. “Vedi ?” mi disse “quello si chiama Franco Montera ed è il nostro alfiere”, di seguito mi mostrò un altro paracadutista che indossava la divisa del 1942, venni a sapere che si chiamava Peppe Del Vecchio, poi altri ancora, ma quello che colpì in modo particolare la mia mente di bambino fu il reduce mutilato Aroldo Conticelli del quale brevemente mi narrò la storia.

Ricordo che feci di tutto per poterlo avvicinare, di lì a poco fui accontentato poiché mio padre andò ad abbracciarlo. Parlarono a lungo fra di loro, avevano molte cose da dirsi, molti ricordi in comune. Fu allora che iniziai a capire cosa significhi essere un paracadutista, nel momento stesso in cui Conticelli disse (più o meno testualmente) “Rifarei tutto quello che ho fatto, anche con la consapevolezza di tutte le conseguenze che mi porto dietro..” Non voglio fare la cronaca di quei tre meravigliosi giorni passati fra paracadutisti vecchi e giovani, fra pranzi su tavole improvvisate in quello spazio divenuto, a poco a poco, familiare, (era la palestra FOLGORE di via Eleniana, lo seppi in seguito), canti di corpo intonati all’unisono (imparai a tempo di record “Come Folgore dal cielo”), racconti di guerra e di pace. Un’esperienza che mi dette gioia e mi coinvolse profondamente.

Quei giorni avrebbero segnato incisivamente le mie scelte future. Due anni dopo mio padre raggiunse i suoi vecchi commilitoni in quell’angolo di cielo “riservato a noi”. Nel ricordarlo, lo ringrazio sempre di avermi lasciato una eredità spirituale che ritengo il grande patrimonio della mia vita: senza forzature, mi ha suggerito la via da percorrere. Sono fiero di aver proseguito il cammino da lui intrapreso tanti anni prima. Data la mia ancor giovane età, potevo restare legato al mondo dei paracadutisti soltanto recandomi di tanto in tanto a salutare i vecchi amici e commilitoni di mio padre per ricordarlo insieme e per promettere loro di indossare anch’io il basco della FOLGORE.

Nel settembre del 1969 (avevo appena compiuto i fatidici 16 anni) mi recai, senza dire nulla a mia madre, alla sezione ANPdI in viale delle Milizie per iscrivermi al corso di paracadutismo civile. Non potete immaginare la mia emozione nel varcare quella soglia dopo 6 anni (a quell’età 6 anni sembrano tanti perchè si cambia in maniera radicale nel corpo e nella mente) e vedere tutto immutato, quadri, fotografie, arredi così come li ricordavo, incontrare quei paracadutisti che avevo conosciuto al raduno del 63 ed essere da loro riconosciuto: Franco Montera, Del Vecchio, Conticelli, l’indimenticabile Lamberto Berardi “er capoccione”.. e con loro un giovane maresciallo in servizio Romolo Fadda. E’ a tutti loro, alcuni dei quali sono ancora fra noi, che va oggi il mio pensiero e il mio affetto.

A loro devo gratitudine per aver “convinto” mia madre ad autorizzare la mia frequenza al corso e riconoscenza per aver ravvivato il mio spirito (peraltro mai sopito) di paracadutista. Non starò a tediarvi oltre raccontandovi del 23° corso ANPdI (roba da pionieri..), dei lanci a Capua, Guidonia, Tassignano, del servizio militare alla SMIPAR nel 1973/74, dove ho ritrovato il maresciallo Fadda, Angelo Mazza, Caio Scarponi, insieme a tanti altri e dalla quale sono uscito con il grado di caporalmaggiore. Qualcuno di voi, se ha avuto la pazienza di leggere questo scritto, si chiederà il perché di questo racconto e perché abbia desiderato di vederlo pubblicata su “fune di vincolo”.

E’ presto detto. Quel bambino di 11 anni è diventato un sessantenne, fra alti e bassi, fra gioie e dolori, ha avuto un filo conduttore nella vita che non si è MAI spezzato. Il “primo martedì del mese” della serata del 6 settembre 2011 ha fatto riemergere dal passato i ricordi e le motivazioni che lo hanno portato ad essere un PARACADUTISTA, motivazioni che sono state confermate dalle parole pronunciate dal fraterno amico Adriano Tocchi, dalla vicinanza dei miei “antichi” istruttori Adriano Fava e Basilio Sbarra, che mi hanno formato nel lontano 1969 e ai quali va il mio ringraziamento.

Essere Paracadutisti, con la P maiuscola, non è solo avere il coraggio di lanciarsi da un aereo.. Per Essere Paracadutisti, con la P maiuscola occorre essere tali in ogni frangente della vita, pubblica e privata, vivere la propria esistenza con onestà intellettuale, rigore morale, lealtà, e con la ferma volontà di dare il meglio di sé in ogni occasione..

Ora l’anagrafe mi permette di indicare a mia volta la strada da seguire ai giovani, a coloro pronti a raccogliere un messaggio di amicizia, fratellanza e cameratismo con la raccomandazione di portare sempre dentro di loro il motto: “COMUNQUE SI EVOLVA LA STORIA, QUALSIASI SIANO GLI EVENTI, UNO SOLO SARA’ L’ORGOGLIO, UNA LA PASSIONE, LA VITA, L’ENTUSIASMO DI CIO’ CHE SIAMO: PARACADUTISTI!

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