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In memoria dei ragazzi che diedero la vita per la difesa di Roma

30/05/16

Sabato mattina, di fronte alla stele commemorativa presente al cimitero capitolino del Verano, una folla di paracadutisti, membri delle principali associazioni d'arma e semplici concittadini ha reso onore alla memoria di chi oltre settant'anni addietro ha versato il proprio sangue per coerenza con i propri ideali. A guidare il corteo era Adriano Tocchi, il presidente della sezione romana dell'ANPdI.

Non è indifferente, in tempi in cui perfino l'interesse nazionale è scomparso dall'agenda, rendere onore a chi ha dato la vita per sicuro disinteresse personale. Questa è da sempre l'Italia: il Paese - a storica detta di alleati e nemici - con i migliori soldati al mondo. (da difesaonline.it)

Discorso del Presidente Adriano Tocchi

Nella memoria è lo spirito di un popolo, l’anima di una comunità, l’essenza stessa dell’individuo: ricordare è essere, perché niente è, senza ciò che è stato. L’essere è somma di istanti che si succedono nel tempo: solo la memoria può dare a quegli istanti la coerenza dell’insieme. Oggi, tutto viene appiattito nella dimensione riduttiva del presente, tutto si consuma e si misura nello spazio dell’attimo, le nuove generazioni stanno perdendo la percezione di un passato che continua a vivere e lo considerano obsoleto, inutile, da mettere da parte. Ma noi siamo qui, ancora una volta, per ricordare insieme, certi che il ricordare sia atto dovuto a noi stessi, verso coloro che ci hanno preceduto e per consegnare alle generazioni future un patrimonio irripetibile.

E ricordare assume una valenza assolutamente pregnante, allorché la memoria attiene a eventi che sfidano i limiti della natura umana, come quelli che videro coinvolti i valorosi giovani del reggimento Folgore che noi oggi celebriamo. Giovani, ancora in attesa del loro domani, che posero coscientemente le proprie vite a disposizione della patria e dell’onore, certi che l’esito della loro scelta sarebbe stata , nella migliore delle ipotesi , la morte bella. La nostra presenza vuole onorarne e mantenerne vivo il luminoso esempio, convinti che “a egregie cose il forte animo accendono l'urne de' forti”.

A dispetto dell’oblio degli altri, il ritrovarsi qui, anno dopo anno, ha convertito l’eccidio di queste giovani vite in un bene collettivo e continua a tramandarlo alle generazioni future. Dobbiamo all’amorevole e pietosa ricerca, operata dagli “involontari superstiti”, sui campi di battaglia, l’onorevole sepoltura di questi caduti. Questi stessi uomini accompagnati, più spesso preceduti, da madri, vedove, sorelle, donne che avevano condiviso quei campi di battaglia e di morte, seguendo l’esempio offerto dalla romana pietas, hanno scelto la via dell’amore, doveroso per i caduti in battaglia. Hanno pazientemente ricercato, recuperato e ricomposto le povere spoglie dei camerati caduti, le hanno qui raccolte per ricostituire una ideale, mirabile continuità storica e di pensiero, quasi a ristabilire, come in un rituale magico, il contatto fisico troppo presto interrotto e riappropriarsi di quei momenti di entusiasmo e di paura, superata sino al sacrificio estremo. A te Wanda, il nostro affetto e la nostra più profonda gratitudine per il tuo operato.

Questa tomba, però, seppure espressione di grande tensione morale, non avrebbe superato i confini e i limiti del ricordo di coloro che avevano avuto il privilegio di vivere quella esperienza. Quella eredità spirituale non è però andata perduta: noi l’abbiamo raccolta, difesa gelosamente e intendiamo continuare a proporre a chi verrà dopo, il valore morale e la valenza del sacrificio di quei ragazzi. Con il passare del tempo, la più serena valutazione di quel segmento di storia, ha trasformato il significato di questo incontro e di questo monumento. Questa stele, pur continuando ad essere lo spazio terreno ove hanno trovato degna sepoltura i nostri eroi, giorno dopo giorno e anno dopo anno, ha trasceso la sua funzione tangibile per illuminarsi, alla stregua di faro, quale simbolo di un riscatto morale che fu la motivazione prima del cosciente sacrificio di quelle giovani vite. Il divenire di questa mistica trasformazione può essere sintetizzato dalle parole che il comandante Sala ebbe a dire proprio di fronte a questi sassi :“un buon seme non può non dare buoni frutti anche se il seminatore non sempre fa in tempo a vederli”.

E noi vogliamo essere, sempre più numerosi, testimonianza vivente che quel seme non fu sparso invano. In un momento di smarrimento, di sciagura, quando sembrava che tutto fosse perso, che il disonore, la viltà e il tradimento dovessero prevalere sulle virtù di un popolo, la Patria chiamò al risveglio e alcuni privilegiati ne udirono il richiamo, ne raccolsero l’accorato appello: uscire dal dolore e dall’abbattimento della sconfitta, ridare agli animi intorpiditi la fiducia di se stessi, nella coscienza del dovere compiuto oltre ogni calcolo, al prezzo della propria vita. Un richiamo trascendente al riscatto che avvicina il sacrificio di questi giovani a quello del Cristo figlio, fatto uomo dal Dio padre per essere crocifisso in espiazione e per la salvezza di una umanità che sembrava destinata a perdersi. E fu così che i figli migliori risposero al patrio richiamo e, rinunciando ad ogni valore terreno, accorsero a vestire la “giubba di battaglia” per offrire una testimonianza indelebile di ciò che ancora può sbocciare nello spirito di una Nazione quando tutto sembra perduto, quando alla sconfitta in battaglia rischia di aggiungersi la disfatta morale.

La nobiltà d’animo e dell’impegno di quei “ragazzi” emerge, con grande forza, dalle parole contenute nella lettera che uno di essi scrisse alla madre prima dell’ultimo assalto : “…se dovessi cadere lasciate che il mio sacrificio, come quello di altri martiri, rappresenti semplicemente il pegno della nostra rinascita. La tragedia dell’Italia vorrà forse il mio sangue. Io l’offro con l’impeto della mia fede. Lasciate che esso sgorghi senza equivalente, senza rappresaglia, senza vendetta. Così soltanto sarà più caro e fecondo per la mia Patria: dono e non danno, atto d’amore e non fomite d’odio, necessità di dolore e non veicolo di disunione”. La nostra presenza oggi valga a testimoniare la considerazione e la gratitudine della nostra Comunità a quegli eroi e a ricordare agli immemori che un pugno di Italiani, degni di tale nome, ha difeso, sino al martirio, quella Roma che, oltre ad essere Capitale, è simbolo di una storia millenaria di civiltà, faro universale della Chiesa di Cristo. La sorte della battaglia fu avversa. Mancò la fortuna, non l’onore, ma , vale ribadirlo : “La vittoria o la sconfitta sono nelle mani di Dio, dell’onore siamo soltanto noi stessi signori e padroni.”

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